Quanto a cloni e knock-off dei prodotti Apple, la Cina ci ha abituato a tutto. HIPhone, HiPad, i-Pad e i-Fone fino all’iPhone fornello: tutti accomunati dal bassissimo livello di perizia nella realizzazione dall’uso improprio del marchio e del logo Apple.
La produzione di simili prodotti è per lo meno comprensibile nell’ottica di un tentativo d’imitazione dell’oggetto di successo. E’ fuori da ogni possibilità di comprensione, invece, l’esistenza di un servizio che permette di falsificare la propria firma digitale sul popolare network di instant messaging QQ al fine di inserire automaticamente il messaggio “sent from my iPhone”.
Kathrin Hill, sul Financial Times, racconta della curiosa moda, una sorta di nuovo livello di falsificazione virtuale:
“Su TaoBao, il più grande marketplace consumer-to-consumer cinese, alcuni venditori offrono agli utenti di QQ, il servizio di messaging più grande del mondo¹, la possibilità di penetrare nei loro account e fare in modo che i loro post appaiano come se fossero inviati da un iPhone”.

La grande operazione di marketing che
Martedì scorso il programma di approfondimento giornalistico Nightline ha mandato in onda su ABC il primo video-reportage autorizzato sulle condizioni di lavoro alla Foxconn. In 18 minuti l’inchiesta di Bill Weir non ha mostrato nulla che già non avessimo appreso precedentemente da altre fonti, ma ha il merito di aver fornito immagini che per la prima volta documentano ciò che realmente avviene all’interno di una catena di montaggio in cui lavorano migliaia di persone contemporaneamente. Un ambiente che fino ad ora abbiamo solo potuto immaginare.
