C’è un’applicazione per iPhone e iPad, nell’App Store, che sta ridefinendo (assieme ad altre simili) il futuro della musica e della sua fruizione. Si chiama Pandora e poiché per garantire l’accesso ai brani in streaming ha bisogno di stringere accordi specifici con i detentori dei diritti dei pezzi in catalogo, in Italia probabilmente non la vedremo ancora per un bel po’. O magari non la vedremo mai. Ci perdiamo, insomma, il meglio di una rivoluzione inevitabile. Non lo dico solo per entusiasmo, ma perché ho letto i numeri che il fondatore di Pandora ha diffuso in un articolo pubblicato ieri, a dimostrazione che il servizio sta realizzando una piccola grande utopia: permettere ad un numero sempre maggiore di musicisti, anche se sconosciuti al grande pubblico, di vivere direttamente della propria musica.