Apple, Steve Jobs e l’escalation sui brevetti

di Andrea "C. Miller" Nepori Commenta

Il New York Times ha pubblicato il settimo articolo della iEconomy Series inaugurata con i reportage su Foxconn e i lavoratori cinesi. A questo giro i reporter del quotidiano si occupano di brevetti e raccontano, fra le altre cose, l’antefatto della famosa frase “And boy, we patented it” che Steve Jobs pronunciò nel gennaio 2007 presentando il primo modello di iPhone.

I brevetti di Steve Jobs esposti all’USPTO

Tutto nasce da una causa che Apple perse contro Creative Technology, detentrice di numerosi brevetti sui lettori Mp3 che Apple aveva “infranto” con la linea iPod. La causa arrivo ad una rapida conclusione, con un esborso di 100 milioni da parte di Cupertino e un commento lapidario da parte di Jobs: “Creative è stata particolarmente fortunata ad aver ottenuto questi brevetti prima di tutti gli altri”.

Fu allora che Jobs decise che anche Apple doveva attrezzarsi per inseguire lo stesso tipo di “fortuna”. Fu quel singolo evento a convincerlo della necessità di “brevettare il più possibile”.
I reporter Charles Duhigg e Steve Lohr, che per scrivere l’articolo hanno ascoltato le testimonianze di numerosi ex-legali Apple (compresa Nancy “capro espiatorio” Heinen), raccontano che quella che seguì fu una vera e propria politica di “escalation” sui patent:

“Steve Jobs riunì privatamente i propri Senior Managers. Mentre Apple non era estranea alla deposizione di nuovi brevetti, nel caso del nuovo iPhone, disse Jobs, ‘faremo in modo di brevettarlo nella sua interezza’. […]
‘La sua convinzione era che se qualcuno alla Apple anche solo immaginava qualcosa, bisognava brevettare l’idea. Perché anche se non l’avessimo poi realizzata avremmo avuto disposizione uno strumento di difesa’ spiega Nancy Heine, SVP a capo dell’ufficio legale di Apple fino al 2006”
.

Da allora furono istituite delle riunioni mensili fra avvocati esperti di brevetti e ingegneri Apple, in modo che ogni singola “trovata”, ogni innovazione, ogni nuovo prodotto, sia che fosse destinato alla produzione o al dimenticatoio, potesse essere trasformato in un patent da depositare presso l’USPTO.

L’articolo del New York Times è particolarmente interessate e nel complesso abbastanza bilanciato. Affronta il problema senza limitarsi ad analizzare la strategia Apple e getta uno sguardo generale sulla cultura del brevetto ormai assimilata da tutte le “companies” del settore tecnologico, in particolare dalle aziende che sgomitano per un posto al sole nel crescente mercato dei dispositivi mobili.

La “posizione” dell’articolo è evidentemente critica, come è giusto che sia, e si esplicita molto bene in questo passaggio:

“Una conseguenza di tutte queste cause [sui brevetti], dicono i legislatori e gli accademici, è che esse soffocano la cultura delle start-up che da sempre alimenta la crescita dell’occupazione e l’innovazione tecnologica”.

Si può certamente sostenere una visione meno drastica e operare i giusti distinguo, ma è difficile non essere “generalmente” d’accordo con questa posizione in un periodo in cui parlare di scontri legali fra “grandi potenze” tecnologiche, che ogni anno riversano miliardi di dollari nelle casse di un gran numero di studi legali in giro per il mondo, rientra ormai nella routine quotidiana.

L’articolo del New York Times è un must-read. E non perdetevi l’infografica aggiornata sugli scontri legali in corso né la sezione interattiva su tre dei più controversi brevetti software concessi ad Apple.