Microsoft Laptop Hunters, un “esperimento sociale”

di Andrea "C. Miller" Nepori 8

Dopo circa un anno si conclude la lunga campagna pubblicitaria di Microsoft nota come Laptop Hunters. Il video conclusivo, che potete vedere dopo il salto, non è un ulteriore spot bensì un “dietro le quinte” che mostra come sono stati realizzati gli spot dal regista Henry-Alex Rubin. In pratica ciò che salta fuori da questo video è che nessuno dei partecipanti alla campagna sapeva di essere parte di uno spot Microsoft prima della fine delle riprese. Tutti ritenevano di essere dei fortunati partecipanti ad una ricerca di mercato che Microsoft giocando un po’ con le parole, chiama “social experiment”. Un esperimento senza alcuna connotazione scientifica, ovviamente. Il video sembra una risposta diretta a tutte le numerose incongruenze che hanno caratterizzato praticamente qualsiasi spot della campagna.

Fin dal primo spot, quello di Lauren, qualcosa non tornava. Alcuni spezzoni sembravano montati ad hoc e tutta la scena della visita nell’Apple Store era stata certamente costruita ad arte. Il che è piuttosto curioso per una ricerca di mercato che vuole travestirsi da esperimento sociale. In altri spot c’erano chiari segni di un elaborazione in fase di montaggio e immancabilmente tutti i partecipanti hanno avuto qualcosa da ridire sui Mac, sul loro costo eccessivo e sulla cosiddetta “Apple Tax”, ovvero il sovrapprezzo che secondo Microsoft viene imposto a chi compra un prodotto Apple.

Nel video conclusivo la voce ben impostata che ha narrato tutti i precedenti spot spiega che immancabilmente i partecipanti hanno scelto di comprare un portatile Windows di propria sponte. Non c’è stata nessuna forzatura, nonostante i portatili HP andassero per la maggiore. Davvero Microsoft si è messa a fare pubblicità gratuita ai produttori di computer? Possiamo pure crederci, ma allo stesso tempo dubitiamo fortemente che nessun partecipante a questa messinscena mediatica abbia avuto un moto di interesse verso i Mac. Assolutamente impossibile che qualcuno con più di 1000$ di budget a disposizione escluda a priori la possibilità di comprare un Mac. Ovviamente basta selezionare accuratamente i partecipanti e non si correrà il rischio di incappare in qualche Apple fan sotto mentite spoglie. In quel caso, comunque, c’è la possibilità di rimediare in post produzione.

Non si tratta solo di pregiudizi, ma di ipotesi alimentate dall spregiudicatezza che la direzione Ballmer sembra ormai aver imposto come marchio di fabbrica a qualsivoglia prodotto pubblicitario che esce da Redmond. Basta pensare al contributo offerto dal CEO di Microsoft alla campagna I’m a PC per capire che intendo. Una spregiudicatezza che si è trasformata in comportamenti sanzionati dall’autorità garante proprio in relazione a questa serie di spot. Microsoft è stata costretta a rivedere uno degli episodi in cui i prezzi dei Mac non rispecchiavano assolutamente la fascia di prezzo esistente dopo che Kevin Turner, COO di Microsoft si era pubblicamente vantato di aver ricevuto delle lagnanze da Cupertino e aveva giurato che mai e poi mai avrebbe fatto modificare quegli spot.

Si chiude dunque un altra pagina controversa dell’advertising Microsoft in attesa di qualche altra milionaria trovata dell’agenzia Crispin Porter + Bogusky che sicuramente farà parlare di sé. Fino a che punto può essere vero il detto “Bene o male basta che se ne parli”?