Gli spot Microsoft sono “made on a Mac”?

di Andrea "C. Miller" Nepori 5

I soci della CP+B; al centro, seduto, Bogusky. Da sinistra, Jeff Steinhour, Chuck Porter, e Jeff Hicks

Ammettiamolo: a chi non è passato per la testa che i nuovi spot di Microsoft possano essere stati realizzati utilizzando dei Mac? Del resto i computer di Cupertino sono quasi uno standard consolidato nel settore del montaggio audio-video e della post produzione cinematografica. Tuttavia scoprire che la campagna di Microsoft da 300 milioni di dollari è stata realizzata utilizzando dei Mac sarebbe un colpo abbastanza duro per la credibilità di questa nuova serie di commercial. Non abbiamo ancora questa certezza al momento, ma possiamo invece constatare che la Crispin Porter + Bogusky, ovvero l’agenzia che ha ideato la campagna di Redmond,  è stata addirittura inserita da Apple nelle pagine dedicate ai profili dei professionisti che utilizzano i computer della mela per il proprio lavoro. Il motivo? La realizzazione della campagna Gipsy Cab per la Volkswagen in cui l’agenzia utilizzò un numero spropositato di Mac per girare in tempo reale ed editare i filmati per la pubblicazione online nel giro di 24 ore.

L’idea della campagna era abbastanza semplice: un ragazzo del Colorado che non era mai stato a New York  doveva scarrozzare ignari clienti alla guida di una Wolksvagen Rabbit (una simil-Golf USA) trasformata in taxi. Ai clienti veniva subito rivelato che sarebbero stati filmati e Steve (in nomen omen), il guidatore, avrebbe dovuto convincerli a farsi portare a destinazione da lui. Il problema era registrare on-the-go i video filmati dalle quattro telecamere interne all’auto. La soluzione fu quella di installare alcuni Mac mini nel portabagagli al posto del vano ruota mentre nell’auto al seguito il director seguiva tutto sul proprio MacBook Pro collegato attraverso un segnale wireless amplificato. In un appartamento di Manhattan affittato per l’occasione 7 PowerMac G5 sarebbero poi serviti al montaggio video per la messa in onda entro venti quattro ore.

Ma perché la Crispin Porter + Bogusky decise di usare solo Mac? Lo spiega l’Interactive Director Marcelino Alvarez: “La maggior parte dei nostri collaboratori lavora con un Mac, e sapevo che avremmo editato i filmati in Final Cut Pro. La procedura più semplice era quella di registrare i video in formato già digitalizzato […]”.

Keller, a sinistra, e Reilly discettano sulle prossime mosse per la campagna di Microsoft

Non è da escludere che 300 milioni di dollari possano “convertire” a PC anche un’agenzia pubblicitaria che ha sempre usato Mac per le proprie creazioni. Di sicuro sono serviti, perlomeno indirettamente, a far si che il loro profilo sparisse dal sito di Apple (copia cache di Google qui). In ogni caso un articolo di Fast Company pubblicato a giugno fa un po’ di chiarezza sulla questione. La Crispin Porter + Bogusky ha sempre lavorato con i Mac ma a quanto pare avrebbe accettato ben volentieri la sfida proposta loro da Microsoft. Keller e Reilly, i due soci dell’agenzia che si occupano direttamente della campagna hanno provato ad utilizzare i dipendenti, che in gran parte, è riconfermato, usano Mac, come un focus group particolarmente ostico cercando di convincerli della genialità di Windows. Keller:

“Ci sono un sacco di appassionati Mac in questo posto, e ora devono concentrarsi e capire perché Windows è geniale.”

Ovvero: siamo un’agenzia pubblicitaria e dobbiamo creare una serie di spot che convinca gli spettatori della bontà di Windows. I primi che devono convincersi siamo noi, questo è il nostro compito. Lungi da noi sminuire la poeticità creativa da pubblicitario rodato, ma potremmo anche tradurre: dateci 300 milioni di dollari e vedremo di convincerci (e convincere la gente) che nostro nonno di fatto aveva le ruote ed era un calesse. Nessuno costringerà i dipendenti, hanno assicurato, a gettare i propri iPod per sostituirli con uno Zune marrone o a dismettere i propri laptop Apple per un Dell. Si tratta di auto-convincersi della genialità di Windows, badate bene, non di forzare al cambiamento. I due MacBook Air che Reilly e Keller hanno sulla loro scrivania non sono però sfuggiti alla giornalista e non sembrano davvero essere un gran buon inizio.

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