Prototipo iPhone 4: indagini verso la chiusura

di Andrea "C. Miller" Nepori 1

La polizia Californiana sta per tirare le somme sull’indagine per il furto del prototipo di iPhone 4 smarrito in una birreria di Redwood City. Come ricorderete la versione top secret del nuovo melafonino era finita nelle tasche dello studente Brian Hogan, che pur consapevole di chi potesse essere il legittimo proprietario di quel telefono non aveva fatto nulla per restituirlo, ed anzi ci aveva ricavato 5000$ rivendendolo a Gizmodo.

L’indagine è proseguita, lontano dall’attenzione mediatica, e ora siamo vicini alla conclusione. Secondo quanto ha detto il Sostituto Procuratore Generale della Contea di San Mateo Stephen Wagstaffe a CNET nel corso delle prossime settimane gli inquirenti potranno chiudere definitivamente il fascicolo e consegnarlo al suo ufficio. Al Sostituto procuratore spetterà poi il compito di soppesare le informazioni e muovere eventuali accuse ufficiali.

Nel corso degli ultimi mesi gli inquirenti hanno ascoltato la maggior parte degli interessati in merito alla vicenda, compresi diversi dipendenti Apple e, a quanto afferma Wagstaffe, Steve Jobs in persona. Non sorprende il fatto che da Cupertino abbiano risposto con un no-comment ad una richiesta di chiarimento.

L’ultima news di rilievo sulla vicenda risale a luglio, quando Jason Chen, l’autore di Gizmodo che ha proceduto fisicamente all’acquisizione del prototipo da Hogan, su consiglio del proprio avvocato ha deciso di fornire di sua sponte agli inquirenti tutte le informazioni che potevano servire loro per condurre l’indagine. La task force R.E.A.C.T., un nucleo speciale che si occupa di reati legati all’IT, aveva già proceduto a sequestrare computer e altri dispositivi da casa Chen senza fermarsi davanti al portoncino chiuso a chiave.

L’irruzione, motivata dall’assenza di Chen in casa, aveva suscitato parecchie critiche nei confronti di Apple e della polizia, colpevole secondo gli avvocati di Gawker di aver violato le Shield Law, leggi speciali che esentano i giornalisti dal rivelare l’identità delle proprie fonti anche qualora siano colpevoli di un reato. Nel caso specifico però la situazione era diversa, dato che il giornalista in questione era potenzialmente complice nel reato perché aveva fisicamente acquistato materiale da considerarsi rubato.