
La Monkey Dance è difficile da dimenticare, la cantilenante incitazione a corredo di un indegno bagno di sudore – developers developers developers developers – è allo stesso modo impressa ad eterna memoria in decine di video e remix che continuano a collezionare visualizzazioni su YouTube e Google Video. Steve Ballmer è tornato a svelarsi per ciò che realmente è, e ha riproposto una delle sue solite ridicole sortite in una clip registrata per la nuova fase della campagna pubblicitaria di Microsoft.
I nuovi spot della campagna di Microsoft, con la loro collezione di testimoni che giurano di essere un PC, come se la pretesa identificazione nel proprio computer potesse essere una valida di risposta ad una serie di spot della concorrenza, che di “un computer” in particolare hanno decantato la facilità d’uso e la versatilità, non ci sono piaciuti e lo sapete. L’onestà dei singoli contributi, anche se poi l’efficacia del totale è inferiore alla somma delle parti, è però un punto positivo di questa “fase due” della campagna.
La clip di Steve Ballmer (sopra) riesce in un sol colpo a distruggere buona parte della credibilità rimasta dopo le recenti scoperte, e ha davvero del surreale, quasi spaventa. Che valore aggiunto apporta al proprio brand un CEO che sbraita e uscendo da un corridoio urla “Sono un PC e amo questa azienda” come se cercasse di bloccare un ladro che gli sta portando via la Lexus? La cosa peggiore è che questa clip, tagliata forse per buon gusto dal montaggio dei tre spot originali, fa bella mostra di se nel “mosaico” allestito da Microsoft sul sito dedicato alla campagna.
L’idea stessa del mosaico, simile nella forma al discutibile Mojave Experiment, è tra l’altro quanto di meno innovativo si sia visto da un po’ di tempo a questa parte in campo pubblicitario su internet, alla faccia dei 300 milioni di dollari. In un disperato tentativo di rendere addirittura social la propria campagna Microsoft offre la possibilità agli utenti di registrare il proprio contributo. Basta attaccare una webcam e potrete dire al mondo con fierezza, in pigiama o in abito da sera che, si, siete un PC, vi identificate in un brand che non produce direttamente il computer che usate ma ne fornisce unicamente il software, un brand che detiene il 90% del marketshare nel proprio settore e imbastisce una campagna pubblicitaria come se il proprio maggiore concorrente fosse il numero uno da battere e lo legittima ulteriormente, un brand che ancora una volta ha pensato che una camionata di soldi potesse risolvere tutti i problemi e immancabilmente ha sbagliato tutto.