Sì, Tim Cook è gay. Ed ecco perché è importante saperlo

di Giordano Rodda 13

New York, uffici Bloomberg Media, qualche tempo fa. Josh Tyrangiel, direttore di Businessweek, riceve una telefonata; è Tim Cook, il CEO di Apple, che gli chiede di volare in California per fare quattro chiacchiere. Qualche ora dopo, a Cupertino, Cook racconta a Tyrangiel di aver scritto da un po’ di tempo un breve editoriale che vorrebbe venisse pubblicato su Businessweek.

Tim_Cook

Il giornalista si frega le mani per lo scoop. Il contenuto di quell’articolo oggi lo conosciamo: Tim Cook è gay. Bene o male un terremoto. Nel mondo del business il plauso è stato generale, con Mark Zuckerberg, Satya Nadella, Sundar Pichai e Richard Branson che hanno speso parole d’elogio per il CEO di Apple (insieme a quella solita lenzaccia di Bill Clinton: “From one son of the South and sports fanatic to another, my hat’s off to you”). Eppure, se chiedi in giro un parere nel Paese dove “Frocetta” può essere considerato un acuto calembour, ti senti rispondere nei modi più diversi. Un gesto di coraggio, fatti suoi, un segreto di Pulcinella, un momento storico, propaganda omosessuale, uscita improvvida.

Ho un po’ curiosato in giro. Ho letto pareri di giornali di tecnologia, di attualità, di politica, di destra, di sinistra, di centro, editorialisti, commentatori vari, tutti, mi è sembrato, abbastanza asettici, con quella perplessità di fondo di chi non vuole esporsi troppo, perché vai a sapere quale sarà la vulgata accettata qui, in Italia, tra un Guido Barilla e il puntuale anatema di qualche vescovo emerito.

Ma c’è anche chi è più critico, e le posizioni dominanti mi sembrano sostanzialmente due: “non è una notizia” e “è assurdo dichiararsi orgogliosi di essere gay” (o addirittura, come ha fatto Cook, considerarlo “il più grande dono di Dio”). Poi, naturalmente, ci sono i cospirazionisti, quelli per cui è tutto un elaborato piano dell’aggueritissima lobby gay planetaria, che renderà Priscilla, la regina del deserto visione obbligatoria dalla prima elementare e annienterà la bilancia commerciale italiana con un’importazione smodata di lustrini e piume di struzzo.

Non è una notizia. Quante ne ricordate, di non-notizie che scatenano un bailamme del genere? Però tutto può essere. Bisognerebbe spiegarlo a Carla Hale, istruttrice di ginnastica in un liceo di Columbus, Ohio, che l’anno scorso ha commesso l’errore di inserire, nell’annuncio mortuario per sua madre, anche la propria compagna tra i parenti in lutto, per poi venire licenziata un paio di settimane più tardi. Oppure a Peter TerVeer, impiegato alla Biblioteca del Congresso, che dopo aver messo un “Mi piace” su Facebook a una pagina chiamata “Due papà” ha cominciato a ricevere e-mail con passaggi della Bibbia contro gli omosessuali dal suo datore di lavoro prima di essere cacciato senza troppi complimenti.

O all’assessore di San Pietroburgo Vitaly Milonov (tutt’altro che una figura di secondo piano: c’è lui dietro alle note leggi anti-gay russe), che in seguito alle dichiarazioni di Cook ha proposto di non fargli più mettere piede in Russia, perché potrebbe portare “Ebola, AIDS o gonorrea”. O ancora al repubblicano Robert Pittenger, membro del Congresso degli Stati Uniti, che poche settimane fa ha sostenuto che sarebbe terribile impedire ai datori di lavoro di licenziare qualcuno perché gay, visto che poterlo fare “è una delle nostre libertà”. Ecco: ora vallo tu a licenziare, Timothy Donald Cook.

L’articolo su Businessweek è di gran lunga il testo più personale che il CEO di Apple abbia mai dato in pasto ai media, ed è in buona misura figlio dello stesso Cook: sintetico, efficace, limpido e preciso, sentito senza scadere nella retorica. In una parola: sobrio. Basta leggerlo con un minimo di onestà per comprenderne il senso, una, due, tre volte se necessario, tanto è breve. Essere gay “un dono di Dio”? Probabilmente sì: sì, se l’aver passato l’adolescenza in uno degli Stati più conservatori d’America, l’Alabama where the skies are so blue, patria dei rednecks sulle cui case ancora sventola la bandiera confederata, e averlo fatto come esponente di una minoranza osteggiata e dileggiata, è servito a renderti più empatico verso gli altri e a farti venire “the skin of a rhinoceros”, qualità non trascurabile per uno dei dirigenti più in vista del mondo. Cook non è un fanatico – fitness escluso – né un propagandista.

È un manager e un ingegnere che ha donato un pezzo importante della sua privacy, ben conscio che in molti avrebbero storto il naso, per essere d’aiuto a chi è discriminato ogni giorno, magari perché lavora in uno di quei 29 Stati USA in cui è ancora possibile venire licenziati per il proprio orientamento sessuale, e ricordare garbatamente ai benpensanti che c’è un gay – oddio! – alla guida di una delle prime società del pianeta. Perché è importante? “È importante perché i primi sono importanti”, ha ricordato Claire Cain Miller sul New York Times: il primo uomo nello spazio, il primo presidente nero, la prima donna CEO di una società nel Fortune 1000 – oggi ce ne sono 54, e fortunatamente non fa più notizia. Ma la prima (Katharine Graham, Washington Post) segnò una tappa fondamentale. Così come Obama. Così come Cook.

Sia chiaro: sarebbe ingenuo pensare a un semplice colpo di testa da parte di una delle persone più accorte e controllate dell’hi-tech. In Apple già tutti sapevano, ma prima di contattare Tyrangiel, Cook ha parlato della sua scelta al consiglio di amministrazione, chiedendo un parere, cercando di capire se in qualche modo stava per compiere una mossa deleteria per l’azienda. Ne ha ricevuto supporto completo, e non a caso Phil Schiller ed Eddy Cue non hanno esitato a complimentarsi sui social network col loro collega e CEO.

E Cook ha scelto con cura Businessweek, un periodico corporate, per parlare agli investitori; è un dirigente, non una celebrity. Anzi, Tim Cook è il primo CEO di una delle 500 società più importanti del mondo a fare coming out. Non dovrebbe essere una notizia, oggi lo è. Quando smetterà di esserlo, statene certi, il boss di Apple sarà il primo a gioirne. Sul suo di Twitter non c’è nemmeno un link all’articolo o due parole sull’argomento. Però il quattro ottobre, il giorno prima dell’anniversario della morte di Steve Jobs, c’è una sua citazione: “Bisogna credere in qualcosa: il tuo istinto, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa”. E stavolta pare proprio che anche Cook – “la macchina” – gli abbia dato retta.