Apple e i media: che fine ha fatto il reality distortion field?

di Andrea "C. Miller" Nepori 1

Sotto la guida di Tim Cook, Apple si è aperta alla stampa come mai aveva fatto prima. Piccole rivelazioni e concessioni ai giornalisti, comunicati più frequenti ed un approccio diverso da quello che caratterizzava Jobs, molto più scontroso e di certo meno incline alle aperture nei confronti dei giornalisti che non rientrassero nel novero dei suoi “amici”.

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Il risultato, paradossalmente, è esattamente il contrario di quanto ci si poteva aspettare. Non una risposta positiva a questo slancio ma attacchi continui che si fanno veicolo di una generale percezione di un “declino” dell’azienda contraddetto dai fatti e dai numeri.

Siamo arrivati al punto tale che anche il serissimo New Yorker ha dato spazio ad un’analisi al limite dell’assurdo, firmata da Tim Wu, volta a provare come il sistema “chiuso” di Apple stia fallendo contro le soluzioni aperte dei concorrenti.
130304_r23218_p233Non serve approfondire troppo la questione, visto che John Gruber ha già provveduto a smontare completamente la tesi portata avanti (con parecchi aggiustamenti in corso d’opera e molti angoli smussati a dovere e contro ogni logica) da Wu.
Intanto, sempre sul sito della storica rivista, James Surowiecki rincara la dose con un’altra “analisi” che passa dal mantra “Apple è finita” alla messa in discussione di questo stesso assunto nel giro di 480 parole.

E’ solo uno degli esempi più recenti di come sia più semplice, ormai, dare contro a Cupertino sempre e comunque, anche quando non ci sono cattive notizie.

Tre giorni prima della pubblicazione dell’articolo con cui Fortune annunciava che per la sesta volta di fila Apple è la “most admired company” statunitense (da un sondaggio fra dirigenti e capi d’azienda che la rivista svolge ogni anno), i concorrenti di Forbes hanno pubblicato un articolo in 8 punti che spiegava per filo e per segno, con una convinzione che solo la spasmodica ricerca delle pagine viste può motivare, tutti i motivi per cui Apple non avrebbe occupato il primo posto di quella lista anche quest’anno. Niente da dire, insomma: centrato in pieno l’obiettivo. Naturalmente Forbes non ha commentato in alcun modo il clamoroso sbugiardamento.

Il Wall Street Journal, che fino a non troppo tempo fa era considerato finanche troppo filo-Cupertiniano, negli ultimi tempi non perde mai l’occasione di trasformare ogni possibile spunto in una notizia che contribuisca negativamente all’andamento del titolo Apple.

Ricorderete l’analisi completamente sballata sul taglio della produzione degli iPhone 5 che precedette di poco l’annuncio dei risultati fiscali del primo trimestre 2012, lanciata senza troppe remore in pasto alle belve di Wall Street da parte di un paio di giornalisti della divisione asiatica del Journal.

La scorsa settimana una serie di dati sul dominio di iOS nell’ambito enterprise, ad esempio, è diventato un pezzo dal titolo “I tablet Android guadagnano terreno sull’iPad nel mercato business”. Non era facile metterla giù così, ma al Journal ci sono riusciti.

Nel frattempo personaggi come Doug Kass, hedge fund manager che non ha fatto mistero di aver cavalcato a più riprese la discesa verso il basso del titolo di Cupertino, continuano a godere di una inspiegabile credibilità presso i media.
L’insensato tweet sulla possibilità dell’annuncio di uno stock-split all’assemblea degli azionisti che Kass ha pubblicato il giorno prima dell’incontro, è stato preso per buono praticamente da tutte le maggiori pubblicazioni finanziarie. Si è poi rivelato, senza sorpresa, una bufala bella e buona.

La dichiarazione di Tim Cook sull’intenzione, da parte di Apple, di affrontare nuove categorie di prodotti, non ha per contro suscitato che un tiepido interesse e di certo non a contribuito a far del bene al titolo. Wall Street non ha creduto alla velata promessa del CEO dell’azienda ed ha invece preferito affondare AAPL ancora un po’.

E’ come se il buon vecchio reality distortion field di Jobsiana memoria, che trasformava in aspetti positivi anche le carenze o i difetti dell’azienda, ora abbia subito una repentina inversione di polarità. Non si spiega altrimenti come sia possibile che una larga parte dei media riesca a trasformare in problemi e criticità anche aspetti decisamente positivi delle operazioni aziendali di Cupertino.

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Per fortuna a mettere un po’ d’ordine in questo marasma ci pensa Warren Buffett, che nonostante l’età dimostra una lucidità assai maggiore rispetto a una buona parte dei giornalisti finanziari americani e soprattutto di tanti suoi “colleghi” di molti anni più giovani.

Secondo il fondatore di Berkshire Hathaway, Tim Cook non si deve minimamente preoccupare degli attacchi mossi da certi personaggi della finanza. Il riferimento è al pittoresco tentativo di ingerenza negli affari aziendali da parte dell’Hedge Fund Manager David Einhorn, di cui parlavamo già nei giorni scorsi.

Quel che Cook deve fare è tenere saldamente le redini e puntare sempre e comunque alla creazione di valore. Nel breve termine il mercato potrebbe non capire, ma nel lungo termine la creazione di valore viene sempre e comunque premiata.

Ma cosa dovrebbe fare Apple con quella montagna di soldi che ancora si trova e che, almeno in parte, sono l’origine della disaffezione di Wall Street nei confronti dell’azienda, accusata di tenere troppo stretti i cordoni della borsa?
Ricomprare le proprie azioni rapidamente ora che vengon via a poco più di 400 dollari l’una, ampliando il programma di stock buyback già in corso dall’ottobre del 2012.

Parole tranquillizzanti, dunque, che però non bastano certo a soddisfare gli investitori, che nel corso degli ultimi quattro mesi hanno visto sfumare miliardi e miliardi di capitalizzazione. Per quanto la fiducia in Cook da parte del Consiglio rimanga solida, cresce la necessità di dare un segnale forte, sia esso anche semplicemente mediatico, per cercare di dimostrare forza e invertire la tendenza. Non è semplice, ma è una delle più importanti sfide che il CEO debba affrontare in questo momento.

Perché è vero che il prezzo delle azioni è una bottom line che, secondo il mantra Jobsiano, segue tutto il resto (ovvero lo sforzo nella creazione di valore, per dirla con Buffett) come semplice conseguenza di cui l’azienda non si deve curare, ma è pure vero che se il titolo scende sotto i livelli dell’ottobre del 2011, Cook avrà qualche grattacapo in più si cui curarsi rispetto al proprio predecessore, parecchie spiegazioni da dare e nessun campo di distorsione della realtà ad aiutarlo nell’impresa.