Gino Paoli: “i produttori di smartphone devono pagare i diritti agli autori”

di Andrea "C. Miller" Nepori 7

Apple, Samsung e tutti gli altri produttori di smartphone e tablet che vendono i loro prodotti in Italia devono pagare i diritti agli autori dei contenuti multimediali che su di essi vengono archiviati e riprodotti.
E’ questo, in sintesi, il parere di Gino Paoli, che parlando con il Corriere Della Sera nella sua veste di presidente SIAE è intervenuto per chiarire quelli che definisce “equivoci”. Non si tratta di far pagare di più al consumatore, spiega Paoli, perché sono le aziende che devono assorbire i costi delle nuove tariffe sull’equo compenso.

gino paoli itunes

Chi si fosse perso le puntate precedenti: è in corso una ridefinizione delle tariffe SIAE per l’equo compenso sulla copia privata che si applica, fra gli altri, a dispositivi quali smartphone, tablet, decoder digitali dotati di hard disk interno, lettori MP3.  Si parla di nuove cifre già da dicembre ma ieri il Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray ha smentito che i numeri diffusi dal Corriere (si parla di 5,20€ + IVA per smartphone e tablet) sono infondati e che la discussione è ancora in corso.

“Che cosa significa copia privata?” si chiede Gino Paoli nel suo intervento sul Corriere. “Non l’ho capito. Qui si parla di compenso all’autore”.
Verrebbe da dire che forse, per evitare gli equivoci di cui parla il cantante basterebbe uno sforzo maggiore nella ricerca dei termini da utilizzare per definire la tassa, visto che “copia privata” è la definizione che ne dà proprio quella SIAE di cui Paoli è Presidente.

La tassa sul compenso agli autori non è in ogni caso una prerogativa italiana, perché esiste anche in Francia e Germania (non in UK) per altro con tariffe più alte a quelle attuali. Ciò nonostante i prezzi di iPhone, iPad e altri dispositivi analoghi in quei paesi non è di certo più alto che da noi, anzi.

In altre parole il pensiero di Paoli è che questa tassa debba essere applicata ai produttori e non ai consumatori.
Ovvero: se Apple, Samsung e gli altri scaricano sul consumatore italiano questa tassa secondo il Presidente SIAE sono loro che stanno facendo il gioco sporco. Per altro, aggiunge, correre in loro difesa (come ha fatto “Confindustria Digitale”) significa difendere dei soggetti che in molti casi non pagano nemmeno le tasse in Italia, a differenza del “milione e mezzo” di lavoratori che SIAE rappresenta. (Che lo vogliano o no, verrebbe da aggiungere).

Il principio per cui gli autori vadano compensati equamente per la loro produzione intellettuale non è certamente in discussione. Il problema, che a Paoli sembra sfuggire, probabilmente per comprensibili ragioni anagrafiche e di formazione, è che il mercato musicale e tecnologico di oggi mal si sposa con una tassa che impone un compenso su dispositivi il cui uso potrebbe anche esulare completamente dalla riproduzione di contenuti protetti dai diritti d’autore.

Per l’utente comune (e probabilmente per le multinazionali della tecnologia interessate dalla tassa) non è facile capire quindi quale collegamento diretto vi possa essere fra diritto d’autore e sistemi di archiviazione dei file musicali. Quello che sfugge a me, personalmente, è perché si debba considerare equa una tariffa applicata ai supporti e ai dispositivi digitali – al di là di chi sia a pagarli – che va ad aggiungersi ai diritti d’autore già versati al momento dell’acquisto di un brano musicale o di un album.