Pete Townshend contro iTunes, il “vampiro digitale”

di Andrea "C. Miller" Nepori 40

Ci sono grandi personaggi della musica e del cinema che spesso dovrebbero accontentarsi della stima che i fan ripongono in loro e godere serenamente dei non pochi proventi che la loro arte gli ha garantito negli anni. Soprattutto dovrebbero evitare di parlare a sproposito e fornire così un’ennesima riprova del fatto che non sempre all’avanzare dell’età corrisponde un aumento proporzionale della saggezza e della capacità di comprendere il mondo.
A questo giro è toccata a Pete Townshend, membro storico degli Who. Secondo il rocker inglese iTunes è un “vampiro digitale” che succhia sangue agli artisti. La colpa del retailer digitale di musica sarebbe quella di non fornire agli artisti servizi che una volta le major erano in grado di garantire. Townshend, che aveva da dirne quattro anche a chi la musica la compra, ha fornito la sua senile opinione durante la prima John Peel Lecture, intitolata al famoso giornalista e (soprattutto) conduttore radiofonico britannico scomparso nel 2004.

Nella sua invettiva contro iTunes Townshend ci mette un po’ di tutto: il negozio digitale di musica gestito da Apple è colpevole fondamentalmente di ignavia. Nell’era della distruzione dello status quo in materia di copyright, sostiene il musicista 67enne, iTunes dovrebbe attivarsi per fornire agli artisti dei servizi che le etichette discografiche offrivano nel pacchetto base. Fra di essi, ad esempio, lo scouting, la possibilità per le band di gestire lo streaming dei propri contenuti e il pagamento diretto delle revenues agli artisti minori, che non avveniva tramite un “aggregatore di terze parti”. I soggetti che subiscono le vessazioni di iTunes, sostiene Townshend, sono quelli che fornisco all’irriconoscente “vampiro digitale” di nome iTunes il nutrimento di cui ha bisogno.

L’ex membro degli Who confonde probabilmente i doveri delle etichette con quelli di un distributore digitale (la versione online del reparto dischi di un Best Buy, insomma)  e deve aver vissuto in un qualche universo parallelo nel corso degli ultimi dieci anni. Un universo in cui iTunes non ha fornito una piattaforma di facile accesso ad artisti che prima le major potevano sfruttare a proprio piacimento o in cui gli artisti non hanno la possibilità di aprire una propria etichetta per pubblicare senza mediazioni la propria musica. Un universo in cui iTunes non è stato di fatto l’unica vera risposta alla pirateria, cui ha contrapposto un metodo semplice e relativamente poco costoso per accedere a contenuti che altrimenti sarebbero stati scaricati dai network p2p. E ancora, un universo in cui probabilmente le major sono entità buone che hanno prima di tutto a cuore i propri artisti e non il mero profitto commerciale e lo sfruttamento dei diritti sulle opere che hanno sotto contratto.

Di appunti da fare ad iTunes e al sistema di distribuzione che ha imposto ce ne possono essere tantissimi. Si pensi solo alle proteste di quegli artisti che lamentano la distruzione dell’integrità artistica del formato album (posizione che si può condividere o meno ma parte comunque da un fatto assodato) o a quelle di altri, come Neil Young, secondo cui iTunes ha favorito la diffusione di musica di bassa qualità audio. Grazie Neil, sei sempre nel mio pantheon privato, ma non abbiamo tutti l’AeroDream One di Jean Michel Jarre in salotto.

Quella di Townshend però, più che una lamentela, è una distorta visione del mondo. Anche perché le dissertazioni del già-milionario rocker muovono da una considerazione di base che non ha nulla di nobile: gli artisti come lui non fanno più abbastanza soldi. Perché alla fine è questa la bottom line che rimane. Una riprova? L’opinione che Townshend ha chi la musica l’ascolta. L’attitudine dovrebbe cambiare e tutti dovrebbero pagare sempre (e di più, probabilmente) per la musica che ascoltano, non solo quando gli fa comodo. Pete, per quello c’è l’industria pubblicitaria, che è ancora ben felice di sganciarti il cash per deturpare My Generation negli spot della Pepsi oppure usare Baba O’Riley in quelli della HP.