Software spazzatura: un altro motivo per passare a Mac

di Andrea "C. Miller" Nepori 6

In questi giorni ha fatto discutere la scelta di Sony, che per rimuovere tutto il Crapware, ovvero il software spazzatura (per la maggior parte demo e versioni trial) installato a fini commerciali sui PC appena acquistati, imponeva agli utenti l’upgrade a Vista Business Edition al costo di 100$ e un sovrapprezzo di 50$ che veniva giustificato come “costo dell’ottimizzazione software”. Travolta dalle proteste Sony ha deciso di eliminare il sovrapprezzo, ma per avere diritto all’opzione rimane obbligatorio l’upgrade da 100$ a Vista Premium. Una situazione emblematica che contribuisce concretamente ad allargare il gap qualitativo fra Mac e PC.

Per sua stessa ammissione, Steve Jobs è convinto che l’esperienza dell’utente venga prima di qualsiasi altra cosa. L’altissima customer satisfaction degli utenti Apple e la crescita delle quote di mercato di Apple sembrano dare nettamente ragione al suo cofondatore. Apple è sicuramente favorita, in questo senso, dalla semiautarchia produttiva sia in ambito hardware che software. In ogni caso, anche alle grandi compagnie che creano software per Mac OS X non viene concesso tanto facilmente di inserire demo dei propri prodotti in un MacBook Pro nuovo fiammante. In ogni caso in trenta secondi, con un drag & drop, destinazione Cestino, il problema sarebbe completamente risolto.

Pochi giorni fa ho avuto a che fare, per cause di forza maggiore, con un portatile Asus appena acquistato e ho assistito, in senso medico, alla prima accensione. Tralasciamo il semplice fatto che Vista ha impiegato 16 minuti e 20 secondi per un lentissimo “test delle caratteristiche hardware” e che in tutto sono passati circa 25 minuti prima che potessi anche solo scrivere il mio nome in un file di testo. Il vero problema è stato individuare tutte le applicazioni indesiderate per rimuoverle e snellire subito la ponderosa configurazione iniziale. Emblematico il fatto che il crapware più invadente fosse la versione trial della suite Office, che ogni due minuti mi chiedeva di procedere all’acquisto.

E sono stato pure fortunato. Nell’Asus che ho aiutato a partorire non era presente nessuna versione trial di qualsivoglia antivirus, nemmeno quello dalla scatola gialla la cui capacità di incasinare i PC di tutto il mondo rasenta ormai il mitologico. Forse un tentativo di suggestione subliminale per convincere l’utente della maggiore sicurezza di Vista rispetto ad XP? Non lo so. So solamente che, antivirus o no, per lavorare sul mio iMac (e ve lo può confermare qualsiasi possessore di un MacBook) dopo la prima accensione ho dovuto aspettare solamente 4 minuti, ma sul conteggio influisce negativamente il minuto e mezzo buono che ho impiegato per cercare il foglietto con la password della rete wireless. E in ogni caso non ho dovuto disintallare nessun programma indesiderato nascosto nei meandri di cartelle annidate a cascata, con le proprie radici saldamente aggrovigliate nell’intricata mangrovia del registro di sistema.

Nessuna sorpresa dunque che Apple stia rispondendo con dei numeri inequivocabili. Una quota di mercato del 14% nel mese di febbraio per i computer di Cupertino e un aumento delle vendite su base annua che secondo le ultime analisi di AmTech research è stimata intorno al 42% sono la testimonianza di un cambiamento in atto. E se Sony, senza dare troppo peso alla brutta figura dei 150$, rimane praticamente l’unica azienda produttrice di PC ad offrire in maniera trasparente un’opzione per la rimozione del crapware, ho impressione che i dati di vendita dei Mac non possano che essere destinati a migliorare.

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