Equo Compenso: pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le nuove assurde tariffe




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È ufficiale. Fino a qualche ora fa era possibile credere che quelle trapelate sulla rete negli scorsi giorni fossero indiscrezioni prive di fondamento. Ma il documento è ora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed è, quindi, legge. Di cosa parliamo? Delle nuove (incredibili) tariffe per l’equo compenso che dovrete pagare ogni volta che acquisterete CD, chiavette USB, televisori, computer, smartphone e audiocassette. Ecco come funzionano (e perché non hanno alcun senso).

Cosa è l’equo compenso?

Lo dico con le parole di Wikipedia. Si tratta di un contributo che che devono pagare produttori e importatori (e quindi acquirenti) di prodotti elettronici che sono in grado di registrare o riprodurre contenuti protetti da diritto d’autore.
La questione è semplice: in Italia è legale creare una copia per uso personale di un contenuto che sia stato legalmente acquistato. La SIAE (Società Italiana Autori Editori), però, pensa che non sia corretto permettere all’utente di effettuare la copia di un brano di Gigi D’Alessio senza che qualche soldo finisca anche nelle sue tasche. Ecco allora la soluzione: richiedere il pagamento di quella che è a tutti gli effetti una tassa su qualsiasi supporto o dispositivo in grado di registrare o riprodurre contenuti audio e video.

L’assurdità dell’equo compenso

Scusate, l’ho chiamata tassa. La SIAE e il governo ci tengono a dire che l’equo compenso non è una tassa: è un qualcosa di dovuto per avere il diritto di effettuare una copia per uso privato di un contenuto protetto da diritto d’autore.
Così regolato, però, l’equo compenso non ha alcun senso. Immaginate di comprare un televisore in grado di registrare programmi televisivi su un drive USB: insieme al televisore pagherete anche (al momento dell’acquisto) l’equo compenso. Ora tornate a casa, e per registrare contenuti video acquistate su Amazon una chiavetta USB. Pagherete nuovamente l’equo compenso per la registrazione sul vostro televisore, pur avendo già pagato una volta con l’acquisto della TV.
Pensate invece di voler acquistare un disco rigido per salvare i file video del vostro progetto indie che alla SIAE non deve niente o, ancora più semplicemente, di salvare le fotografie della vostra ultima vacanza alle Maldive senza dovere un soldo per alcuna copia di contenuti protetti dal diritto d’autore. Per quale ragione dovreste pagare la SIAE?
State usando Spotify sul vostro Mac e avete acquistato l’abbonamento premium? Avete pagato l’equo compenso per la copia privata all’acquisto del computer, e ora state pagando una seconda volta la SIAE tramite l’abbonamento.
Perché pagare due volte? E soprattutto perché pagare per dispositivi che potrebbero non avere mai a che fare con contenuti protetti dal diritto d’autore?

Da dove nasce l’equo compenso (e perché è invecchiato male)

L’equo compenso nasce nel 1941.
L’idea: fare guadagnare qualche soldo ai produttori musicali in un’epoca in cui le vendite di dischi sono in calo a causa della radio. La tassa è stata poi trascinata negli anni e applicata ad audiocassette e cd musicali.
Il risultato: danneggiare produttori, ma soprattutto rivenditori, di supporti digitali. In un’epoca in cui la grande distribuzione internazionale è accessibile a chiunque, tasse di questo genere spingono l’acquirente ad effettuare un acquisto fuori dal territorio italiano, in un paese europeo che non ha alcun equo compenso (o è sensibilmente inferiore a quello italiano).

Copia personale? Benvenuto nel 1999

Che significato ha la parola possedere nell’era digitale in cui viviamo? Quando si possiede un file? Quando è salvato su un drive USB che si può tenere in tasca? Possiedo un file se me lo mando per posta elettronica e lo cancello dal mio computer, lasciando che vegeti sui server di Google? Ma soprattutto: chi esegue ancora una seconda copia privata dei propri file?
Una ricerca eseguita su richiesta dell’ex ministro per i beni e le attività culturali Massimo Bray evidenzia che sono sempre meno gli italiani che fanno una copia dei propri file (13,5%), mentre è evidente che (come era successo nel 1941 per la radio), gli italiani utilizzano sempre più servizi di streaming come Spotify e iTunes Radio.
Nel 2013, dopo anni di calo del fatturato, l’industria discografica italiana ha stappato lo spumante grazie a servizi come Spotify. Finalmente gli artisti (e le etichette) potevano tornare a guadagnare fornendo i brani dei loro artisti in maniera sostanzialmente gratuita. Oggi quelle stesse case discografiche fanno l’inchino all’attuale ministro Franceschini che ha firmato la legge per le nuove tariffe dell’equo compenso.




Chi paga l’equo compenso?

Franceschini assicura che non saranno i consumatori:

Gran parte degli smartphone e tablet è venduta a prezzo fisso. […] Questo è dimostrato dall’andamento dei prezzi nei diversi paesi europei.

Ma per quale ragione una azienda dovrebbe accollarsi il pagamento di una tassa (ops, dell’equo compenso) dalla quale non trae alcun vantaggio? Il diritto di copia privata spetta all’acquirente, non al produttore o al rivenditore del supporto.
Interviene l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato: il ministero deve rivedere la legge sul diritto d’autore e fare in modo che

L’ammontare dell’equo compenso sia specificato nel prezzo corrisposto dai consumatori per acquisti di apparecchi di registrazione e supporti vergini.

Chi ci guadagna?

La SIAE. Con queste nuove tariffe, l’associazione potrebbe arrivare a incassare il 250% rispetto allo scorso anno (si stima no circa 157 milioni di Euro). I soldi vengono poi distribuiti tra gli artisti iscritti alla SIAE.
Gino Paoli, presidente SIAE, siederà sulla montagna di quattrini raccolta con l’equo compenso (rigorosamente in banconote di taglio non maggiore a 10€) e riceverà uno ad uno i grandi artisti della mazurka e del liscio perché ricevano la loro parte.

Quanto si paga?

Si pagano un sacco di soldi. da 3 a 5,20€ per uno smartphone o un tablet (in base alla capacità di archiviazione), 4€ per qualsiasi televisore, 5,20€ per qualsiasi computer e fino a 20€ per un disco rigido da 2TB (vale a dire il 25–30% del prezzo attuale). Fino a 9€ per un drive USB e 0,23€ per ora di registrazione su ogni audiocassetta.

È chiaro che l’equo compenso è una tassa che serve a mettere una toppa sul problema della pirateria. Il modo in cui viene applicata, però, sa tanto di manganellata al buio. Colpisce indifferentemente (e in maniera scoordinata) chiunque acquisti un dispositivo di memorizzazione, punendone 100 per educarne (forse) 1.
Solo una richiesta: fateci il piacere di non chiamarlo equo.

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P.S. Nel testo della legge compare la parola videogramma. Visto che non la trovo sul dizionario di lingua italiana, qualcuno saprebbe spiegarmene il significato?