iPad Art, i disegni “fatti coi diti” di Gipi

di Andrea "C. Miller" Nepori 5

Se seguite un minimo la scena fumettistica italiana non serve dirvi chi è Gipi. Per tutti quelli che non lo conoscessero, Gianni Gipi Pacinotti è un fumettista italiano pluripremiato, è il disegnatore che ha illustrato le puntate de I Barbari di Baricco pubblicate da Repubblica (e il volume successivamente pubblicato da Fandango e Feltrinelli), è stato un collaboratore di Internazionale (“La settimana di Gipi”) e tante altre cose.

Gipi ha scoperto l’iPad e ha raccontato il suo incontro con la tavoletta magica di Apple in un bell’articolo pubblicato da Il Post. Incuriosito dalla sua testimonianza me lo sono fatto amico su Facebook (non senza chiedergli scusa della richiesta visto che non ci conosciamo affatto – Facebook dovrebbe attivare la modalità “Tizio vuole essere tuo conoscente virtuale”) perché era lì che aveva pubblicato i suoi disegni “fatti coi diti” come dice lui da pisano D.O.C.. Gli ho chiesto se potevo ripubblicarli qui su TAL, e mi ha detto di sì.

La svolta digitale di Gipi non sembra che sia destinata ad influenzare a breve la sua produzione “professionale”, per adesso è un gioco. A far scaturire la curiosità per il mezzo iPad in un disegnatore noto per la sua produzione ancora fortemente “analogica” (ma già “morso da Steve Jobs” per sua stessa ammissione) è stata la visione di questo filmato del ritrattista David J. Kassan al lavoro sull’iPad.

I risultati ottenuti da Gipi utilizzando Brushes sull’iPad sono l’ulteriore dimostrazione che l’iPad non è nato solo per “fruire”, anche se a lui la tavoletta piace soprattutto perché gli ha permesso di riscoprire la dimensione ludica del disegno, facile da smarrire alla lunga quando tracciare segni e colorare diventa un lavoro.

Ora c’è questa cosa unta. S’accende e io scorro il dito unto verso Brushes e disegno.
Io di lavoro faccio il disegnatore.
Questo vuol dire che ormai non mi trovo troppo spesso a disegnare per gioco. È come se un idraulico che ha lavorato ai tubi tutto il giorno, una volta tornato a casa si mettesse a tubare con la moglie, per diletto. Non succede.
Io disegno poco, al di là degli impegni di lavoro.
E invece ora sono giorni che struscio questo dito unto su quel vetro. E gioco, come i bambini giocano, come i veri grandi disegnatori dovrebbero fare sempre e come io non riuscivo più a fare da anni.

Ma non crediate che son tutti rose e fiori, perché nel caso dei disegni “fatti coi diti” la loro creazione e la loro sparizione coincidono. Sono disegni che non esistono.

I disegni digitali che ho fatto, messi su facebook, sono stati molto apprezzati. Dove sono ora?
Dove sono?
Li cerco nella cassettiera tra i disegni dei pirati. Non ci sono.
Forse impilati con la storia dell’eremita guerriero?

Nel mucchio di Zaky?
Nella cartellina del Libro Impossibile.
No.
Non ci sono.
Vivono solo collegati ad una batteria, nel loro personale polmone d’acciaio, nel regno ideale dell’amico depilato e amoeba.
Quando questa civiltà finirà (e finirà, vedrete) loro scompariranno. Non resterà nulla. La ragazza che si tocca il piede. L’uomo con l’uccello in mano, anche l’autoritratto. Anche quello, come me, scomparirà.
Una volta, al Louvre, sono rimasto ore a guardare i piccoli gatti scolpiti dagli egizi.
Ce n’era uno, anzi, una, era una gatta di ossidiana. Aveva figliato, aveva questi cuccioli di ossidiana attaccati a puppare. Lei sollevava la testa e ne leccava uno. Lo scultore l’aveva ritratta in quel momento lì. Era rimasta così, con la lingua sul dorso del cucciolo, per cinquemila anni.