Google Drive: il punto sulla licenza e qualche paragone

di Gospel Quaggia 5

È passato molto poco tempo dal lancio di Google Drive, sul quale abbiamo fornito le nostre prime e rapide impressioni, ma come per ogni cosa riguardi Google, in rete infuria già la polemica sui termini di licenza, soprattutto se questa viene paragonata a quelle di altri servizi analoghi.

Prendiamo ad esempio Dropbox e facciamo qualche piccola considerazione dopo il salto.

La licenza di Google Drive (di Google per essere precisi, ma lo vediamo dopo) recita:

Quando carichi o sottometti un contenuto (su Google Drive), conferisci a Google (e a coloro che ci lavorano) una licenza mondiale per utilizzare, ospitare, conservare, riprodurre, modificare, creare lavori derivati (come quelli risultanti da traduzioni, adattamenti o altre modifiche che potremmo compiere in modo tale che il tuo lavoro sia più compatibile col nostro servizio), comunicare, pubblicare, rappresentare pubblicamente e distribuire tale contenuto.

Mentre quella di Dropbox recita:

Potremmo aver bisogno del tuo permesso per compiere operazioni che tu ci chiedi di fare con il tuo materiale, come per esempio ospitare i tuoi file e condividerli come da te richiesto. Ciò include caratteristiche del prodotto come le miniature delle immagini o l’anteprima di documenti. Include anche le scelte di architettura che compiamo per amministrare tecnicamente il servizio, come per esempio scegliamo di fare backup ridondanti dei dati per tenerli al sicuro. Ci dai il permesso di compiere tali operazioni unicamente perché possiamo essere in grado di fornire il servizio. Questo permesso si estende anche a fornitori di terze parti ai quali ci appoggiamo per offrire i servizi, come per esempio Amazon, che ci offre lo spazio dove salvare i dati.

A una prima occhiata, i termini di licenza di Google sembrano preoccupanti e possono portare i più a gridare allo scandalo, perché la privacy non si tocca, perché i miei file sono miei, etc. etc.

Ma bisogna anche chiedersi che cosa siano questi “servizi” offerti prima da Dropbox e poi da altri in rapida successione, come iCloud, Skydrive, Wuala, fino a Google Drive, e chiedersi anche cosa differenzia le licenze di un servizio rispetto all’altro.

La risposta alla prima domanda è piuttosto semplice, tali servizi sono contenitori di file (di vario tipo) e vi danno la possibilità di reperire detti file in mobilità, da qualsiasi Mac, PC o dispositivo supportato. Sicuramente semplicistica come definizione, ma per il punto che stiamo trattando direi che possa andare bene.

Alla seconda domanda la risposta è leggermente più complessa. Bisogna innanzi tutto partire dal fatto che Google non differenzia i propri termini di licenza per ogni servizio che offre, ma li ricomprende per tutti i suoi servizi sotto un’unica policy.

Da un lato questo è sicuramente vantaggioso, nel senso che per utilizzare tutti i servizi basta sottoscrivere (e dall’altra parte scrivere) una volta sola i termini di licenza. Per converso però, il linguaggio utilizzato e i termini indicati possono far alzare più di qualche sopracciglio in espressioni meditabonde e dubbiose, perché deve giocoforza essere omnicomprensivo di qualsiasi aspetto/servizio Google voglia offrire alla propria utenza, dalla mail, al servizio antispam, allo spazio per un blog e così via.

Se leggiamo con attenzione i termini della licenza, risulta evidente che per offrire un servizio come Drive, Google deve prendersi determinate autorizzazioni. Se non potesse “ospitare, conservare, riprodurre, modificare, creare lavori derivati (come quelli risultanti da traduzioni, adattamenti o altre modifiche che potremmo compiere in modo tale che il tuo lavoro sia più compatibile col nostro servizio), comunicare, pubblicare, rappresentare pubblicamente e distribuire” i file che decidiamo di conservare su Google Drive, semplicemente non potrebbe esistere il servizio.

Perché il file è conservato online. Quando lo modifichiamo (ad es. un file di testo con Google Documents), in realtà è il software di Google che compie l’operazione (anche se siamo noi a scrivere). Se usiamo il traduttore automatico, Google deve avere il permesso di accedere al contenuto per poterlo elaborare. Il file non dev’essere perduto, quindi il fornitore deve poter fare delle copie dello stesso, per sicurezza.

Anche sull’ultima frase: “rappresentare pubblicamente e distribuire” , che può sicuramente far storcere il naso, bisogna avere il medesimo punto di vista. Mettiamo per assurdo che io carichi su Google Drive una presentazione riservata. Sono in un bar e decido di lavorarci sopra e/o di visualizzare la presentazione e qualcuno osserva ciò che faccio, carpendo informazioni avendo o meno la mia autorizzazione.

È ovvio che Google voglia slegarsi da qualsiasi responsabilità in tal senso, proprio perché i tuoi file sono tuoi, e tu ne hai la responsabilità. Resta esclusa quindi la critica maggiore che viene rivolta a BigG in questi giorni, cioè di comportarsi come se i file da noi caricati diventassero di sua proprietà. È decisamente escluso proprio dai termini di licenza:

Alcuni nostri servizi ti consentono di caricare contenuti. Tu mantieni i diritti e la proprietà intellettuale di ciò che è presente in tali contenuti. In breve, ciò che ti appartiene rimane tuo.

In poche parole, se così non fosse sarebbe molto difficile per Google offrire tutti i servizi che offre. Già. Ma come mai gli altri utilizzano un linguaggio differente e meno “preoccupante”, allora?

Per l’appunto si tratta sostanzialmente di linguaggio, perché anche gli altri operatori hanno bisogno delle stesse autorizzazioni per poter fornire gli stessi servizi. Tornando a Dropbox (preso unicamente ad esempio, senza voler fare paragoni tra i due servizi), bisogna innanzi tutto considerare il fatto che il servizio offerto da Dropbox è uno solo e quindi è più semplice scrivere una licenza ben specificatamente delineata.

Licenza che allo stesso tempo però, risulta essere più vaga. Perché se Google dice chiaramente che cosa intende fare dei tuoi file (e lo farà, se accetti), Dropbox si limita a dire che “Potremmo aver bisogno del tuo permesso per compiere operazioni che tu ci chiedi di fare con il tuo materiale”. Quel potremmo è sicuramente meno brusco, ma in sostanza ci viene detta la stessa cosa, con la differenza che Dropbox non dice quali sarebbero queste operazioni, mentre Google le specifica fin dall’inizio.

Non si vuole qui discutere né della bontà dei servizi offerti, né di quale sia il modo migliore di stilare una licenza d’uso, ma si vuole semplicemente far presente che mettendo in rete del materiale di nostra proprietà, anche in forma protetta, qualche rischio lo si corre sempre, piccolo o grande che sia.

Le aziende lo sanno benissimo e quindi stilano delle licenze che sembra vadano a loro vantaggio in termini di privacy (leggi: mi prendo quel che è tuo), mentre in realtà il vantaggio è solo in termini di tutela (leggi: la mia responsabilità è limitata, i file sono tuoi e se li fai vedere in giro e/o contengono materiale illegale tu sei responsabile).

Ma anche molti utenti lo sanno, almeno quelli più smaliziati. Chi ha provato a mettere in piedi un mail server da sé, per dirne una, sa benissimo a quali difficoltà può andare incontro in termini di sicurezza dei dati e della privacy.

Senza contare che nessuno obbliga nessun “difensore della privacy a prescindere” all’utilizzo di tali sistemi in rete e che anche metodi più antichi non sono al sicuro da sorprese.

[via | Curious Rat | TNW | The Verge]