Il Senato accusa Apple di una maxi-elusione fiscale, Cupertino si difende

di Andrea "C. Miller" Nepori 10

Oggi pomeriggio alle 15:30, ora italiana, il CEO di Apple Tim Cook, il CFO Peter Oppenheimer e il capo delle operazioni fiscali Phillip Bullock saranno ascoltati dalla commissione d’indagine del Senato statunitense in merito alla fiscalità dell’azienda.
L’indagine vuole fare luce sugli schemi di elusione delle “corporate taxes” attraverso la giacenza estera dei capitali e non è rivolta unicamente ad Apple ma a diverse grandi SPA americane, come HP e Microsoft. L’azienda di Cupertino, tuttavia, è nel mirino: il Senato l’accusa di una maxi-elusione fiscale operata grazie alle sue società controllate internazionali con sede in Irlanda.
La “difesa pubblica” di Apple è cominciata già la scorsa settimana con una serie di interviste in cui Tim Cook ha chiarito la posizione fiscale dell’azienda e continua ora con la pubblicazione di un dettagliato documento in materia.

conferenza goldman sachs tim cook
Tim Cook in una foto scattata alla Goldman Sachs Conference

Nelle 17 pagine del documento, che si può scaricare integralmente in formato PDF a questo link, Apple spiega chiaro e tondo che non opera alcun “trucco fiscale” e ci tiene a precisare che l’azienda ha pagato 6 miliardi di dollari di tasse nel 2012 (14% dell’utile) e conta di versare nelle casse dello Zio Sam altri 7 miliardi nel 2014 in relazione all’anno fiscale 2013. Come se non bastasse, si legge ancora, Apple ha contribuito a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro diretti o indiretti negli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni.

Il Senato degli Stati Uniti non è d’accordo. Il “panel” di indagine ha scoperto alcuni dettagli che, per quanto legali, lasciano qualche dubbio sul fatto che Apple non stia effettivamente operando una complessa elusione delle tasse a livello globale. C’è in primis la questione Irlanda, dove Apple è presente con le sue “subsidiaries” fin dal 1980.

Nel paese europeo, dove hanno sede ancora oggi le maggiori controllate internazionali, Apple ha contrattato un aliquota speciale del 2%. Ciò nonostante, una delle controllate, Apple Operations International, non ha versato tasse in nessun paese del mondo negli ultimi 5 anni. Nel 2011, sempre secondo il Senato, Apple Sales International ha raccolto 22 miliardi di dollari di proventi delle vendite, ma ha poi pagato solo 10 milioni di dollari di tasse (lo 0,05%), probabilmente perché una grossa tranche è stata trasferita su Apple Operations International. E ci sarebbe infine anche una terza controllata, Apple Operations Europe, che pure non è tassabile sotto nessun regime fiscale del mondo.

Il motivo per cui Apple non rimpatria i suoi capitali all’estero, è la spiegazione ufficiale di Cupertino, è che riportare quei soldi (fatturati all’estero) a casa, costerebbe uno sproposito. Pagare il 35% di tasse sui capitali rientranti negli States, insomma, non sarebbe nell’interesse degli azionisti Apple. Ed è proprio nell’interesse degli “shareholders” che Apple ha deciso di finanziare a debito (piazzando bond per 17 miliardi) il proprio piano di buyback delle azioni.

Nella propria “difesa pubblica” Apple arriva a dire che non è contraria ad una sostanziale riforma fiscale che preveda una tassa sul rimpatrio dei capitali negli Stati Uniti. Qualora tale imposizione rientrasse nell’ambito del ragionevole l’azienda sarebbe ben felice di far tornare a casa almeno una parte di quei 100 miliardi (spicciolo più, spicciolo meno) che tiene nei forzieri europei, anche se questo significasse pagare svariati miliardi di tasse in più.

“Apple non trasferisce le sue proprietà intellettuali in porti franchi fiscali offshore al fine di utilizzare per rivendere negli USA i propri prodotti evitando la tassazione statunitense; né usa prestiti revolving dalle sue controllate straniere per finanziare le operazioni sul suolo patrio,” si legge nel documento.  “Apple non tiene soldi in alcuna isola caraibica, né ha conti alle Cayman e non trasferisce nessun tipo di provento tassabile delle vendite ai clienti statunitensi verso altre giurisdizioni per evitare la tassazione statunitense.”

Lo scontro fra Washington e Cupertino è aperto e la testimonianza di Tim Cook davanti ai senatori, oggi, non sarà solo la “proforma” istituzionale che ci si poteva aspettare. E’ il tax-gate, per gli amanti dei suffissi giornalistici, ed è appena iniziato.