New York Times: Apple e la cultura della segretezza

di Andrea "C. Miller" Nepori 11

Il New York Times ha pubblicato ieri un interessante articolo di analisi sulla cultura della segretezza che è ormai divenuta un marchio di fabbrica dell’azienda di Cupertino. La decisione di non rivelare nulla sulla salute di Steve Jobs (e sul fatto che egli possa davvero aver subito un trapianto di fegato) è solo una delle più recenti dimostrazioni di come la secrecy culture permei ogni aspetto della vita aziendale.
Se nel caso specifico alla base dei prolungati silenzi ci può essere la volontà di preservare la privacy dell’iCeo, in molti altri casi la segretezza è solo una scelta di marketing spinta a livelli mai raggiunti da altre aziende del settore.

Secondo Regis McKenna, veterano del marketing e consulente di Apple negli anni ’80, questa cultura è entrata a far parte del way of thinking di Apple a seguito del lancio del primo Macintosh, di cui alcuni competitor come Microsoft e Sony sapevano già in anticipo:

“Tutto cominciò con l’intenzione di preservare il fattore sorpresa per i lanci dei nuovi prodotti, un aspetto che può rivestire una notevole importanza.”

Nel corso degli anni tale convinzione ha preso sempre più piede per poi divenire un vero e proprio standard aziendale con il ritorno di Steve Jobs e l’avvento della nuova dirigenza. Non è un mistero che coloro che lavorano sui nuovi prodotti lo devono fare seguendo protocolli di sicurezza ben precisi e severissimi. Le stanze in cui avvengono i test dei nuovi device sono situate alla fine di interminabili labirinti di porte di sicurezza. Gli ingegneri, oltre a swipare la loro tessera magnetica più e più volte, per accedere alla stanza devono infine digitare un codice numerico.

Anche nelle stanze in cui avvengono i test preliminari si devono osservare scrupolosi protocolli di sicurezza. Spesso gli addetti devono lavorare nascondendo il prodotto con teli scuri, o addirittura accendere una luce rossa all’esterno che avverte tutti delle procedure particolarmente sensibili in corso in quella stanza.

E l’estrema attenzione alla sicurezza (qualcuno potrebbe a questo punto parlare quasi di paranoia) non finisce qui. La politica aziendale riguardo ai leak, le fughe di notizie su nuovi dispositivi ancora segreti, è severissima. Se un dipendente rivela particolari scottanti alla stampa e qualcuno dei piani alti lo viene a sapere (e pare che sia impossibile che non lo vengano a sapere) la carriera della talpa all’interno dell’azienda può tranquillamente considerarsi conclusa per sempre.

Alcune fonti del Times sostengono che Phil Schiller, quando ha il sospetto che siano in corso fughe di notizie, organizzata dei meeting con alcuni dei responsabili in cui fornisce appositamente delle informazioni erronee su prezzi e features dei nuovi prodotti al fine di individuare le falle qualora tali informazioni sbagliate dovessero divenire di pubblico dominio.

In passato Apple ha pagato caro questa propria attitudine. La EFF riusci a spillare 700.000$ all’azienda a titolo di risarcimento nel caso che la vedeva contrapposta ad AppleInsider, il noto sito di rumors. Apple voleva costringere due giornalisti di AI a rivelare le proprie fonti all’origine di alcuni articoli (evidentemente azzeccati) pubblicati sul sito.
Altrettanto nota è la storia di ThinkSecret, noto blog del settore chiuso volontariamente da Nick Ciarelli a seguito di una classica “offerta che non si può rifiutare” da parte dell’azienda di Cupertino.

L’articolo del NYT, come si suol dire in questi casi, è un must-read.