Disney compra Lucasfilm, un curioso ricorso “Jobsiano” della storia

di Andrea "C. Miller" Nepori Commenta

Ieri Disney ha annunciato l’acquisizione di Lucas Film da George Lucas, storico regista della Saga di Star Wars e proprietario dell’azienda. Per 4,05 miliardi di dollari, metà pagati in “contanti” e l’altra metà in azioni Disney, l’azienda di Bob Iger si aggiudica il pacchetto completo: LucasFilms con i diritti su tutta la franchise di Star Wars, LucasArts, Industrial Light and Magic e Skywalker Sound.
E’ un cerchio che si chiude, oppure, se vogliamo, un vero ricorso storico: l’azienda il cui principale azionista è stato Steve Jobs, si ri-compra l’azienda di quel George Lucas da cui Jobs acquisì Pixar per un “tozzo di pane” nel 1986.

George Lucas firma il contratto per l’acquisizione in presenza di Bob Iger.

La storia è presto raccontata. Steve Jobs era appena stato fatto fuori da Apple dopo uno scontro di potere con John Sculley, il CEO che lui aveva voluto.
Investì allora dieci milioni del suo capitale in un’azienda promettente ma ancora poco sviluppata. Si chiamava The Graphics Group ed era guidata da Ed Catmull.
Faceva parte della divisione grafica di LucasFilm e costò a Jobs solamente 10 milioni. 5 a George Lucas, che aveva problemi di cassa dopo il divorzio con la moglie nel 1983, e 5 milioni re-investiti nell’azienda.

Nel giro di qualche mese quell’azienda sarebbe stata rinominata Pixar e, qualche anno più tardi, avrebbe sfornato blockbuster dietro blockbuster. Alla Disney, già cliente della divisione hardware di Pixar, un ramo scorporato e venduto agli inizi degli anni ’90, fu affidata la distribuzione dei film prodotti da Catmull, Lasseter e compagnia.

I rapporti fra Pixar e Disney non furono mai del tutto sereni e gestire questo tipo di relazioni era, di fatto il vero compito del CEO Steve Jobs, che non impose mai alcuna direzione né alcun limite creativo alla Pixar, nonostante avesse investito milioni e milioni di dollari nel corso degli anni trascorsi dall’acquisizione iniziale.

Catmull, Jobs, Lasseter

L’accordo con Disney si interruppe bruscamente nel 2004, quando Jobs, ai ferri corti con l’allora CEO Michael Eisner, decise di interrompere la relazione e cercare altri partner.
Ci vollero le doti diplomatiche di Bob Iger (da luglio 2011 membro del CdA Apple), nuovo CEO che aveva sostituito Eisner dopo il suo burrascoso allontanamento voluto nel 2005 dal CdA Disney, per ricucire i rapporti.

La nuova relazione portò rapidamente ad uno sviluppo ben più importante: l’acquisizione di Pixar da parte di Disney per 7,2 miliardi di dollari (pagati in azioni). Finalizzata nel maggio del 2006, l’operazione consentì a Steve Jobs, allora azionista di maggioranza di Pixar in possesso del 50,1% delle azioni della società, di diventare azionista di maggioranza anche di Disney, con una quota del 7%.
Molto di più del 1,7% ancora in mano all’ex-CEO Michael Eisner e del 1% di Roy Disney, che pure aveva spinto per l’allontanamento di Eisner.

Il risultato di questo riassetto fu chiaro: Steve Jobs deteneva il potere.
Alla morte del co-fondatore Apple quel 7% è passato allo Steve Jobs Trust che fa capo a sua moglie Laurene Powell.
Ecco dunque il perché di un vero e proprio ricorso storico. Ieri la Disney, il cui azionista di maggioranza è il Trust che porta il nome di Steve Jobs, ha comprato “di nuovo” l’azienda di George Lucas. Non più una sola divisione ma l’intero pacchetto, ad una cifra ben più corposa di quei dieci milioni di investimento che permisero a Steve di rivoluzionare il settore dell’animazione cinematografica nel corso di un quindicennio.