
“I rischi ci sono per entrambe le parti, se si andrà a verdetto” ha detto ieri agli avvocati il giudice Koh, aggiungendo che se l’intenzione era quella di legittimare con questo processo le proprie rispettive posizioni agli occhi del mondo, il messaggio è arrivato ormai a destinazione forte e chiaro.“E’ ora di fare la pace”, ha chiosato il magistrato.
Un invito comprensibile e “di rito”, che tuttavia non impone nulla alle due parti. Ciò nonostante i rispettivi legali hanno convenuto con la Corte e concordato che almeno un tentativo verrà fatto, se pur tramite teleconferenza con i rispettivi CEO delle due aziende.
Improbabile però che a questo punto, di colpo, Apple e Samsung decidano di accordarsi. Se non altro perché a Cupertino, che pure nel 2010 aveva fatto il primo passo per proporre ai coreani un accordo di licenza a “violazione già avvenuta”, adesso non conviene più scendere a compromessi.
La migliore delle ipotesi è che il verdetto possa essere favorevole a Apple e che venga accolta la richiesta di 2,5 miliardi di dollari di danni. Sarebbe un messaggio fortissimo a tutto il mercato e soprattutto a Google, che, silenziosamente, continua a spalleggiare Samsung con consulenze e “aiuti” dalle retrovie per cementare il “bastione” Android.
La peggiore è che il verdetto sia favorevole a Samsung e che i “patent” portati in causa da Apple in California non siano ritenuti validi. Poco male: il danno economico sarà irrilevante, visto che le parcelle degli avvocati andranno comunque pagate e i “profitti persi” non verranno decurtati da alcuna stima finanziaria. L’arsenale di brevetti Apple, comunque sterminato, potrà fare anche a meno di questi tre o quattro patent.
In entrambi i casi, comunque, è lecito attendersi un appello. Soprattutto nel primo caso, visto che gli avvocati di Samsung hanno già posto le basi per un simile procedimento con le loro strategie processuali.