Google Chrome per Mac, lo aspetta anche Brin

di Andrea "C. Miller" Nepori 1

Alzi la mano chi non ha ancora sentito parlare di Chrome, il nuovo browser di Google assoluto protagonista dei notiziari tecnologici internettiani, giornalistici e televisivi degli ultimi tre giorni. Gli utenti Mac, però, non hanno ancora avuto modo di provare Chrome se non tramite virtualizzazione, poiché Google non ha ancora rilasciato una versione del software per gli utenti della mela. Sergey Brin, co-fondatore di Big G ha definito “embarrassing”, imbarazzante, questa carenza.

A raccogliere la testimonianza, riportata in una video intervista (qui un estratto), è stata la giornalista Kara Swisher del Wall Street Journal dopo la conferenza stampa per la presentazione del nuovo browser di Google. Brin è stato colto alla sprovvista dopo aver domandato alla Swisher se avesse provato il nuovo browser: “But you don’t have a Mac version, baby, so no” (“Non avete una versione per Mac, baby, quindi no”) è stata la risposta.

La giornalista ha poi rincarato la dose chiedendo a Brin quanto dovranno aspettare i Mac users prima di poter provare una versione nativa del browser sui propri Mac. Il buon Sergey, dopo aver cercato invano con lo sguardo l’aiuto di qualche addetto alle PR, ha dovuto ammettere che non può offrire una data precisa anche se quotidianamente chiede ai propri tecnici quanto manca alla release. Data un’affermazione di questo tipo si potrebbe pensare ad un’attesa di qualche settimana al massimo. Brin parla invece di “qualche mese“, e non si tratta di una certezza ma di una speranza: “I hope it’ll be a matter of months“.

La release affrettata del browser  a quanto pare ha colto impreparati gli sviluppatori di Google che stanno lavorando alla versione Mac di Chrome. A giudicare però dalle prime polemiche, alla velocità straordinaria nell’esecuzione del codice Javascript fa da contrappasso una discutibile gestione delle questioni inerenti la privacy degli utenti. Non si è arrivati a paragonare Chrome alla macchina che spara raggi per l’ipnosi collettiva che i cattivoni dei cartoni animati ogni tanto tentano di costruire per conquistare il mondo. Ma quell’articolo 11 del contratto con l’utente (già totalmente riscritto dopo le prime aspre critiche) che cedeva a Google i diritti su tutto ciò che fosse trasmesso attraverso il suo browser ha lasciato a bocca aperta molti dei sostenitori della politica del “Don’t be evil” (un po’ come quel “male non fare, paura non avere” che ci raccomandavano le nonne) di cui l’azienda di Mountain View è da sempre la principale sostenitrice.