Dal MacBook Pro all’iPad per lavorare: si può fare (più o meno)

di Andrea "C. Miller" Nepori 4

Per quanto sia ormai appurato che l’iPad non è solo un dispositivo destinato al consumo dei contenuti ma può anche aiutare artisti, professionisti di ogni estrazione e semplici utenti ad essere produttivi nel proprio campo d’interesse, è ancora opinione comune che sia presto per riuscire a sostituire con un iPad i computer cui ancora ci affidiamo durante le ore di lavoro. Certo, il tablet è entrato a pieno diritto nel workflow di molti e lo ha migliorato. Le testimonianze di chi è riuscito ad utilizzare solamente l’iPad per periodi piuttosto lunghi (in viaggio di lavoro, in particolari momenti della giornata lavorativa) ormai si sprecano.

Tuttavia praticamente nessuno può davvero dire di aver abbandonato totalmente il proprio Mac (o il proprio PC) in favore dell’utilizzo dell’iPad come strumento di lavoro a tempo pieno. Fin ad ora. Mark O’Connor c’è riuscito. Sento già cosa state per dire: sarà un semplice avvocaticchio che ha scoperto l’iPad e ci tiene i documenti delle cause, oppure un commerciale di qualche azienda che si limita ad usare Pages e mostra le foto dei prodotti ai clienti direttamente sul Tablet. Tutt’altro. O’Connor è un über-Geek di quelli tosti e durante la sua giornata lavorativa si trova costantemente a masticare C++ con toolkit Qt e altri ameni linguaggi di cui l’utente medio molto probabilmente ignora l’esistenza.

Il motivo per cui O’Connor ha scelto di abbandonare il MacBook Pro e passare all’iPad ha a che fare con una delle caratteristiche del dispositivo che molti in passato hanno criticato con forza: l’assenza di un filesystem accessibile all’utente. Dopo una grave perdita di dati causata VMWare e OS X, il programmatore ha deciso di affidarsi totalmente alla nuvola. Ha affittato una macchina Ubuntu virtuale e remota su Linode e ha iniziato ad utilizzarla proficuamente come propria home virtuale per il lavoro.

Ad aiutarlo non poco nella transizione, il fatto che la maggior parte del suo lavoro, anche su MacBook Pro, si svolgesse dentro Vim e che non ci fosse quindi alcuna differenza fra il suo editor nel Mac e l’editor remoto sul Linode 512 con Ubuntu controllato tramite iSSH su iPad.

“Se sviluppassi applicazioni OS X con Xcode, o usassi Eclipse o Visual Studio regolarmente questo cambiamento mi avrebbe probabilmente ucciso”, ammette O’Connor.

E’ un caso particolare ovviamente, ma di fatto è la prima vera esperienza di totale abbandono della sicurezza rappresentata da un buon vecchio Mac in favore dell’iPad e di un sistema interamente basata sulla nuvola. Paradossalmente l’estrema complicatezza tecnica del lavoro di O’Connor è ciò che gli ha permesso di passare per intero ad un ambiente di lavoro Mac-less basato sull’utilizzo di un dispositivo con un sistema estremamente semplificato.
E a quanto pare O’Connor persiste con soddisfazione: niente più ventole che si accendono ma silenzio totale, niente più caricabatterie (una carica gli basta per un’intera giornata di lavoro) ma completa libertà dai cavi. L’unico rimpianto, ma nemmeno troppo, l’assenza del supporto ad un mouse Bluetooth da utilizzare nel testing di alcuni software in ambiente X che O’Connor visualizza su iPad sempre tramite una delle funzioni di iSSH.

Se volete saperne di più, la storia di Mark O’Connor la trovate sul suo blog.

[via Gruber]