Perché Apple non denuncia Google?

di Andrea "C. Miller" Nepori Commenta

Il nuovo processo Apple VS Samsung iniziato due settimane fa a San José, in California, ha riportato d’attualità quella frase che Steve Jobs confidò al suo biografo, Walter Isaacson: “Spenderò fino al mio ultimo respiro per redimere questo torto. Distruggerò Android, perché è un prodotto rubato. Sono intenzionato ad innescare una guerra termonucleare su questo aspetto”.
Gli avvocati di Samsung, pochi giorni fa, hanno rivelato un’ulteriore documento che prova l’estrema belligeranza di Steve Jobs, vale a dire l’email a Phil Schiller sui piani futuri di Apple, nella quale l’iCEO indicava il 2011 come l’anno della Guerra Santa con Google.
E allora, viene da chiedersi, perché diamine Apple non ha denunciato Google invece di Samsung?

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Se lo sono chiesti, proprio in questi termini, anche gli avvocati dei coreani. Se non altro perché un argomento di questo genere – Apple che se la prende con l’entità sbagliata – è di facile comprensione e potrebbe fare presa sui giurati.

La domanda è ben posta, ma è difficile addurre una sola ragione come risposta. E’ un insieme di fattori importanti ad aver convinto, con ogni probabilità e per una seconda volta, i legali Apple ad imbastire una battaglia con Samsung anziché decidere, una volta per tutte, di puntare al bersaglio grosso.

Samsung ha lasciato le prove

Una delle principali ragioni, secondo quanto Philip Elmer-DeWitt aveva già sostenuto dopo la sentenza del primo processo, è da ricercarsi nell’enorme quantità di “prove” che Samsung ha lasciato sul suo percorso. Ci sono le slide e i documenti che provano, ad esempio, come la filosofia del copiare le soluzioni di Cupertino fosse letteralmente integrata nel processo progettuale dei coreani. Non c’è dubbio che questo tipo di documentazione abbia giocato un ruolo importante a favore di Apple nel corso del primo processo, nel 2012.

Nel caso di Google potrebbe non essere altrettanto semplice provare una simile intenzionalità. Gli aspetti software sono intricati, complicati e molto meno immediati rispetto alla semplice asserzione sulla copia dell’aspetto di un dispositivo. In questa seconda causa contro Samsung i brevetti contestati da entrambe le parti riguardano il software, è vero, ma si tratta principalmente di funzionalità facilmente comprensibili (lo slide-to-unlock, e i “data detectors“, per capirci).  Se Apple dovesse denunciare Google dovrebbe probabilmente provare in tribunale la copia di funzionalità più complesse.

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Tattica

Non è da escludere una ragione meramente tattica in risposta alla domanda del titolo. Partire dalle battaglie con gli alleati del “bersaglio grosso” potrebbe essere una strategia legale, pura e semplice. Giusto per estendere la metafora bellica anche al mare, potremmo dire che conviene puntare direttamente alla corazzata affrontando prima i vascelli più deboli, per quanto grandi e organizzati.

I legali di Apple potrebbero inoltre avere la necessità di stabilire dei precedenti importanti che possano poi permettere un’escalation contro Google avendo dalla propria la forza di giudizi favorevoli e pesanti, come la sentenza contro Samsung del 2012. Di fatto, nonostante ad oggi vi siano già state le prime avvisaglie di uno scontro, e parecchi attacchi reciproci indiretti, fra Apple e Google permane un clima da guerra fredda.

Radici comuni

I commentatori americani si concentrano principalmente sulle risposte più tecniche alla “domanda da un milione di dollari” – questioni di prove mancanti, tattiche legali.
Strano che non siano in tanti a considerare anche l’aspetto geografico, quello patriottico e soprattutto quello dei legami e dei contatti personali fra le due aziende.

Per aspetto patriottico e geografico intendo questo: agli occhi del pubblico americano e quindi della giuria, che dovrebbe essere una rappresentanza, per l’appunto, del popolo americano. Lo scontro in corso è quello fra una Grande e Rispettabile Azienda americana e una Cebol, una mega conglomerata asiatica, gestita da una famiglia di ricchissimi magnati che si spartiscono un potere che in Corea non è soltanto economico ma anche e sopratutto politico e istituzionale.

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Non c’è mai stato questo tipo di “spin” nelle dichiarazioni degli avvocati di Cupertino, ci mancherebbe, ma dal di fuori appare chiaro che da un punto di vista dell’immagine uno scontro diretto fra Apple e Google non gioverebbe probabilmente a nessuna delle due parti. L’opinione pubblica da prendere in considerazione in questa lettura ovviamente non è quella dei blogger e dei commentatori tecnologici ben informati, bensì quella dell’uomo della strada americano.

Apple e Samsung sono partner commerciali e intrattengono scambi importanti anche più di quanto non accada con Google. Tuttavia Cupertino e Mountain View sono ad un tiro di schioppo, condividono la stessa cultura, hanno intrattenuto rapporti “istituzionali” molto più forti di quelli che hanno legato e legano Apple ai coreani.
Questi sono aspetti che, a parere del sottoscritto, non andrebbero esclusi da una valutazione generale sul perché non abbiamo ancora assistito ad una causa madre Apple Vs. Google.

Tornando a metafore belliche, se quella fra Apple e Samsung è una guerra con missili a lunga gittata, quella con Google sarebbe una vera e propria guerra civile che prospetterebbe uno scenario pessimo per entrambi i contendenti e minerebbe un complesso equilibrio interno all’universo mondo della Silicon Valley. Niente a che vedere con la vecchie causa storica con Microsoft, ad esempio, con la quale Apple non ha mai davvero condiviso luoghi e persone.

Tim Cook

Un altro aspetto da mettere in conto, infine, potrebbe essere quello del cambio al vertice di Apple. Di fatto Steve Jobs era il primo e principale propugnatore di uno scontro con Google per la distruzione di Android, come provato dalla biografia di Isaacson e dai documenti rivelati dai legali di Samsung. Jobs, per altro, aveva un rapporto di amicizia personale con Eric Schmidt, ex-CEO di Google, quando questi sedeva nel board Apple e allo stesso momento dirigeva lo sviluppo di Android.

L’indole di Tim Cook è diametralmente opposta. Cook è un dirigente abituato, in parte anche per formazione professionale, ad applicare la finissima arte della mediazione. In più di un’occasione Cook ha esplicitato il suo parere sull’inutilità di certi scontri legali.

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La necessità di portare a termine quanto si è iniziato con Samsung è chiarissima anche a lui, certo, ma sotto la sua direzione probabilmente le politiche legali Apple hanno virato verso una minore tendenza allo scontro.

Se ci fosse ancora Steve –  in questo caso ha senso dirlo – probabilmente staremmo assistendo ad uno spettacolo completamente diverso. Il suo testamento era chiaro, certo: distruggere Android deve essere una priorità assoluta. Ma quell’indicazione era una considerazione di pancia. Come spesso accadeva con Steve, una di quelle decisioni da prendere perché giusta a priori, senza considerare in alcun modo le possibili conseguenze e gli enormi danni collaterali.

Da questo punto di vista Cook potrebbe aver dunque dato una forte sterzata di timone alla rotta Jobsiana. O magari, come dicevamo poco sopra, potrebbe essere una scelta tattica e di lungo termine. Il che certamente si sposerebbe con la natura calcolatrice del nuovo CEO.