Le mezze verità di Mike Daisey fra teatro e giornalismo

di Andrea "C. Miller" Nepori 8

Quando nel 2010 Mike Daisey portò in teatro per la prima volta The Agony And the Ecstasy of Steve Jobs, il suo monologo sulle condizioni di lavoro nelle aziende cinesi che producono i prodotti Apple molti altri gadget tecnologici, l’ampia copertura mediatica sulla “questione Foxconn” era di là da venire.
Certo, c’erano già stati i suicidi e il tema era già ampiamente dibatutto nei circoli relativamente ristretti del Web tecnologico. E’ soltanto dopo le recenti inchieste del New York Times che l’interesse per Foxconn e le condizioni dei lavoratori cinesi è entrato di peso in un’agenda informativa di assai più ampia diffusione.

This American Life è un famosissimo programma radiofonico statunitense che va in onda ogni settimana su numerose emittenti associate alla Public Radio International, condotto dallo speaker Ira Glass. Due mesi fa, in una puntata intitolata “Mr. Daisey and the Apple Factory”, Glass mandò in onda una versione adattata per la trasmissione radiofonica di “The Agony and the Ecstasy of Steve Jobs“.

Un interessante incrocio fra giornalismo e teatro che purtroppo ha prodotto pessimi frutti: Daisey ha “mentito”. Molte delle cose che l’attore dice nel suo monologo non sono totalmente vere, come evidenziato da un successivo lavoro di investigazione sulle fonti. This American Life ha dedicato l’intera puntata della scorsa settimana alla ritrattazione del precedente episodio e Mike Daisey è finito nell’occhio del ciclone per quelle che moltissimi giornalisti non hanno esitato a bollare come “bugie”.

Nel suo monologo Daisey prende le mosse da un viaggio di una settimana a Shenzhen durante il quale avrebbe visto di tutto: ha incontrato lavoratori minorenni, addirittura undicenni, fuori dai cancelli della Foxconn; ha parlato con un uomo che aveva perso la mano per un incidente sul lavoro; ha incontrato dipendenti intossicati dall’esano e così via, in una serie di testimonianze da far impallidire il più navigato degli ispettori della Fair Labor Association.

A scoprire che molti dei fatti raccontati da Daisey non corrispondono a verità è stato un reporter di Marketplace, Rob Schmitz, che ha rintracciato l’interprete di cui Daisey si servì durante il suo viaggio in Cina ed ottenuto conferma che molte delle cose raccontate dal monologhista non corrispondono a verità. L’uomo senza una mano, ad esempio, non era un dipendente Foxconn e Daisey non ha mai parlato con dipendenti minorenni, né con dipendenti intossicati dall’esano.

Un bugiardo, insomma, senza redenzione? No, semplicemente un attore che per rendere il più accattivante possibile il proprio monologo e il proprio spettacolo non ha esitato ad inventare storie veritiere: basate su fatti realmente accaduti ma quasi sempre adattate per aggiungere la finzione della sua presenza.
E’ davvero tutto qui, in fondo, ed è il lavoro di un buon teatrante, un guitto senza alcuna responsabilità giornalistica.

Il problema, ci spiega Ira Glass nella puntata del “mea culpa”, è che Daisey non ha mentito solo sul palco ma ha continuato a tenere botta, reiterando le inesattezze confermando personalmente la veridicità di ciò che egli riportava come fatti, anche durante le interviste giornalistiche e soprattutto durante il fact-checking condotto dai collaboratori di Glass prima della messa in onda della puntata incriminata.

La difesa di Daisey è stata affidata ad un post sul blog dell’attore:

“Ciò che faccio non è giornalismo. Gli strumetni del teatro non sono gli stessi strumenti del giornalismo. Per questa ragione mi pento di aver permesso a This American Life di trasmettere un adattamento del mio monologo. This American Life è essenzialmente un’impresa giornalistica, non teatrale e per questo opera sotto un diverso insieme di regole e aspettative. Ma questo è il mio unico rimpianto.”

Giù il cappello per The American Life, quindi, che ha compreso il proprio errore e ha voluto rimettere le cose a posto dedicando un’intera puntata alla questione. E complimenti ad Ira Glass che ha condotto la puntata con la contrizione degna di un pentimento biblico. Siamo colpevoli, hanno detto: Daisey ci ha palesemente mentito e lo ha fatto più e più volte. Non potevamo sapere, ma dovevamo “cercare di sapere”. Bravi.

Bravi soprattutto al cospetto di una pletora di altri giornalisti la cui tentazione auto-assolutoria si è dispiegata in tutta evidenza nel corso del fine settimana. La lista dei “gabbati” da Daisey è particolarmente lunga, perché  il monologo ha ricevuto ampia attenzione dopo la copertura dedicata al suo spettacolo dal New York Times nell’ambito dell’operazione mediatica dei pezzi sulla “iEconomy”. Un editoriale di Daisey pubblicato proprio dal NYT è stato corretto solo in un breve paragrafo non fattualmente vero e aggiornato con un update che non spiega fino in fondo le ragioni della correzione.

Molti altri giornalisti hanno fatto di peggio, però, ed incolpato apertamente Daisey, reo di aver mentito loro. Ma il dire la verità non è certo una prerogativa dell’attore o, più in generale, delle fonti giornalistiche. E’ dovere del giornalista, tuttavia, verificare l’accuratezza fattuale delle informazioni che riceve. In troppi non lo hanno fatto e nessuno, prima di Schmitz, ha mai messo in dubbio il fatto che Daisey potesse aver visto così tante cose nel corso di una sola settimana.

L’attore, in ogni caso, ha capito di essersi spinto un po’ troppo oltre in una performance “always-on” che, evidentemente, continuava anche lontano dal palco. Il fatto interessante, tuttavia, è che nulla di ciò che Daisey racconta è totalmente falso. Un uomo ha realmente perso una mano lavorando a Shenzhen, ma non era un dipendente Foxconn. Il lavoro minorile in Cina è un problema reale, ma Daisey non ha mai incontrato dipendenti Foxconn minorenni. Ci sono state esplosioni, morti sul lavoro, suicidi, intossicazioni da esano, ma Daisey non ha mai incontrato le vittime, né quei fatti sono successi durante il suo brevissimo soggiorno in Cina.

Un lavoro di fantasia sulla base di fatti realmente accaduti. Praticamente il paradigma della stragrande maggioranza delle opere teatrali cui assistiamo da migliaia di anni.
Per questo non credo che Daisey abbia perso la sua credibilità dopo questa debacle. Anzi, la sua bravura d’attore è ora molto più evidente e resa palese dal disvelamento dei meccanismi che sottendo al lavoro di un attore e quelli demandati invece al lavoro di un buon giornalista.
Daisey ha scherzato con il fuoco e ha rimediato al massimo una lieve scottatura, per così dire. Gli si può certo rimproverare di aver complicato ulteriormente il quadro generale di una questione tutt’altro che semplice e di aver fornito, seppure armato delle migliori intenzioni, il destro a chi ora proverà ad utilizzare il suo lavoro per scrollarsi di dosso come falsità ed esagerazioni le reali problematiche sul lavoro in Cina.

Dalla questione esce in maniera egregia anche Apple, per un semplice motivo: è impossibile che l’azienda non sapesse che tutto ciò che Daisey diceva non corrispondeva alla verità. Ciò nonostante non ha mai fornito alcuna risposta ufficiale sulla questione e non ha mai fatto alcuno sforzo per controbattere alle accuse che Daisey, seppur da Apple-addict dichiarato, lanciava contro l’azienda dal palco dei teatri che sempre più numerosi ospitavano il suo show.
Non lo ha fatto in parte per non dare maggiore risalto a Daisey, certo, ma non lo ha fatto, io credo, anche perché a Cupertino erano tutti consapevoli della natura artistica del lavoro di Daisey. Ed erano anche tutti consapevoli che per quanto contestualmente non vere, le accuse di Daisey non erano neppure totalmente infondate. Non lo ha fatto, molto probabilmente, perché ha considerato più efficace e fruttuoso affidare la propria risposta ad una politica aziendale costosa e impegnativa fatta di serrati controlli, ispezioni e, gradualmente, maggiore trasparenza sulle forniture e sulla produzione.

Coloro che escono realmente ammaccati da tutta questa storia sono i giornalisti. Quei professionisti, il cui dovere è controllare e verificare la veridicità dei fatti prima del “si stampi”, che per pigrizia o semplice sbrigatività hanno preso totalmente per buoni i report di un attore, esperto nel raccontare storie, un professionista di un campo ben diverso i cui strumenti per il raggiungimento della Verità sono artistici e possono benissimo contemplare la veridicità e la finzione, se non addirittura la menzogna.

E sì che l’esperienza avrebbe dovuto insegnare. Prima di “The Agony and Ecstasy…” Daisey aveva già riscosso un discreto successo con “21 dog years”, un monologo sulle condizioni di lavoro di un venditore telefonico di Amazon, azienda presso cui l’attore aveva realmente lavorato per alcuni anni sul finire degli anni 90. Anche in quel caso molti degli aneddoti raccontati da Daisey non erano totalmente veri, perché non erano capitati a lui. Glenn Fleishman, che Daisey lo conosceva già da quel periodo, ne ha scritto nei giorni scorsi su Macworld, mentre il blogger Matthew Baldwin, collega di Daisey ad Amazon, ha pubblicato un post molto interessante partendo proprio dalla sua esperienza personale con l’attore.

Sbaglia infine su tutta la linea John Gruber nel meravigliarsi del fatto che The Public Theatre di New York non abbia intenzione di cancellare lo spettacolo di Daisey né di offrire rimborsi a chi ha già acquistato i biglietti. Chi pensa di andare a teatro per vedere uno spettacolo che racconta una totale verità è uno sciocco perché la finzione scenica è ineludibile. Non stiamo parlando di un giornale che ha colto sul fatto un giornalista menzognero (ragione per altro assolutamente insufficiente per licenziare un giornalista italiano, ma qui si sta parlando degli Stati Uniti e di Giornalismo) ma di un attore che ha saputo promuovere le sue mezze verità sotto molte forme e grazie a giornalisti che non hanno mai davvero pensato di mettere in discussione quel report così denso di “fatti” di prima qualità sensazionalistica.

Daisey, per giunta, ha saputo giocare un’ultima carta vincente e proprio ieri, prima del suo spettacolo pomeridiano a New York, ha aggiunto un prologo in cui spiega rapidamente tutta la questione e avverte il pubblico della natura dello spettacolo cui sta per assistere. Uno spettacolo che per giusta è stato corretto in alcune parti, in modo da renderne più esplicita la natura non vera, ma veritiera, e integrato rapidamente con alcune parti che raccontano proprio della recente debacle giornalistica.
L’attore può liberamente spaziare e modificare il proprio “reportage”, ad ulteriore dimostrazione della labile “fattualità” di ciò che racconta, mentre i giornalisti rimangono in disparte ad auto-assolversi leccandosi le ferite, mentre probabilmente attendono di potersi rivalere presto su quel “dannato bugiardo”. Magari ancora inconsapevoli della spettacolarità che hanno voluto inseguire, abbagliati da un facile sensazionalismo che pagasse direttamente in pageviews e numero di lettori.