Gizmodo, R.E.A.C.T. e l’ombra di Apple

di Andrea "C. Miller" Nepori 2

Ieri Gizmodo ha reso noto che venerdì scorso una task force del R.E.A.C.T., la divisione tecnologica interforze californiana, ha sequestrato i computer e altri oggetti tecnologici presenti in casa di Jason Chen, l’editor di Gizmodo che con l’approvazione del direttivo di Gawker Media ha pagato 5000$ per il prototipo di iPhone smarrito dall’ingegnere Apple Gray Powell in una birreria di Redwood City.

Sulla questione sono intervenute un po’ tutte le testate che si occupano di tecnologia. Fra le varie reazioni ce n’è una pubblicata su Yahoo News da Jason Cook che pare aver suscitato particolare interesse. Cook si schiera indirettamente a difesa di Gizmodo e, citando fonti non meglio indicate, sostiene che Apple abbia fatto pressione sulla R.E.A.C.T. perché intervenisse nella vicenda.

Cook spiega che Apple, insieme a molte altre aziende tecnologiche della Silicon Valley, ha rapporti diretti con la task force e farebbe parte (ma non è confermato) del comitato strategico della R.E.A.C.T.; la tesi dunque è che Apple possa aver direttamente o indirettamente spinto affinché  il nucleo speciale indagasse sul caso.

Il motivo per cui è entrata in azione la R.E.A.C.T. lo spiega però lo stesso Cook un paio di righe dopo, citando il sostituto procuratore capo della Contea di San Mateo, Stephen Wagstaffe. La R.E.A.C.T. può entrare in azione quando il corpo del reato è un oggetto tecnologico non comune, di cui gli investigatori della polizia non saprebbero stabilire il valore.

Ciò che Apple sicuramente ha fatto, e lo conferma il Wall Street Journal citando sempre il sostituto procuratore, è dichiarare ufficialmente alle autorità che per l’azienda il prototipo risulta rubato. Tanto sarebbe bastato ad avviare l’indagine.

La legge californiana stabilisce che ritrovare un oggetto e non fare “tutto ciò che è ragionevolmente” possibile per restituirlo equivale a commettere un furto. Un approfondimento di questo aspetto lo trovate in questo articolo: iPhone 4G-HD gli ultimi dettagli sul prototipo.

E’ curioso che John Cook, che nel suo pezzo sembra molto attento a svelare i rapporti nascosti fra Apple e la R.E.A.C.T. non sia altrettanto solerte nel segnalare che fino ad un mese fa anche lui lavorava per Gawker.

Sulla questione è intervenuta anche la Electronic Frountier Fundation. Sequestrare i beni di un reporter non va bene, punto e basta, dicono all’EFF. Ci sono leggi statali e federali che proteggono i reporter e il loro diritto di tenere segrete le proprie fonti.

In realtà la questione, nel caso specifico, è ben più complessa. Negli U.S.A. ai giornalisti non può essere sequestrato materiale di lavoro se lo scopo, per la polizia, è scoprire l’identità di una fonte. Le cosiddette “leggi scudo” permettono ad un giornalista di non rivelare chi sia il proprio personale “gola profonda” anche se questi ha commesso un reato.

I computer di Jason Chen però sono stati sequestrati su ordine del giudice della contea di San Mateo perché probabilmente la polizia ipotizza che sia il reporter stesso in questo caso ad essersi reso complice di un reato. Se il solo reato ipotizzato in questo caso fosse quello di furto, allora Chen avrebbe tutto il diritto di non subire sequestri per difendere l’identità di una fonte che ha commesso un crimine.

Ma Chen, per conto di Gawker, comprando per 5000$ l’oggetto rubato, potrebbe aver commesso (sempre ipotesi, attenzione) il reato di ricettazione, e pertanto non si applicherebbero le shield law. Il fatto che in questo modo la polizia possa risalire all’autore del furto (la fonte) e poi magari lasciar cadere le accuse nei confronti di Chen, è comunque una possibilità da non escludere. In quel caso però la difesa del tizio che ha preso/rubato il prototipo avrà un bel po’ di appigli per invalidare tutto in tribunale.

Morale della favola: se Chen e Gawker sono indagati, il sequestro è potenzialmente lecito. Se non lo sono la EFF potrebbe avere ragione. Ciò che contesta la EFF, in aggiunta, è proprio il fatto che il mandato di sequestro non specifica se Chen è indagato o meno. Proprio su questo punto si sarebbe bloccata al momento l’indagine: gli inquirenti vogliono analizzare la posizione difensiva di Chen e di Gawker prima di procedere, anche se pare che abbiano già identificato e interrogato colui che ha trovato il telefono al Gourmet Haus Staudt, la birreria dove era stato smarrito. Non è dato sapere se si tratta della stessa persona che lo ha rivenduto a Gizmodo.

Il caso, come avrete capito, è tutt’altro che chiaro. Ma è proprio per questo che non me la sento di schierarmi senza se e senza ma dalla parte di Gizmodo. Né credo che sia questo il migliore dei casi da prendere ad esempio per la difesa dei diritti dei liberi giornalisti nell’era di Internet. Allo stesso modo non credo nemmeno che vada difesa Apple per qualche ragione: ad un ingegnere è capitato il peggior “momento del c.” della storia dell’azienda ed Apple ne paga le conseguenze. Questo però non ha a che vedere con il fatto che sia stato commesso un furto su cui la polizia sta indagando.

Gizmodo è una testa spregiudicata, che, fedele ai dettami del fondatore Nick Denton (che si autodefinisce Gossip Merchant) non si fa scrupoli di alcun genere e assume a tratti i connotati delle pubblicazioni scandalistiche. Nel nome del “checkbook journalism” (pagare una fonte per uno scoop, o per ricevere materiale da scoop), Chen e i suoi capi si sono esposti a rischi di cui erano a conoscenza prima di di procedere alla pubblicazione delle foto del prototipo, probabilmente (o forse no) se la caveranno senza conseguenze, grazie alla professionalità dei loro avvocati, ma non mi sento in dovere di difendere il loro comportamenti né di eleggerli a paladini del bene nello scontro supremo per la difesa della libertà di informazione.