Apple Store Grugliasco, dei licenziamenti e delle polemiche

di Andrea "C. Miller" Nepori 32

La Genius Bar dell'Apple Store di Grugliasco

Nei giorni scorsi alcuni ex-dipendenti in prova presso il nuovo Apple Store di Grugliasco (TO) hanno denunciato su varie pubblicazioni nazionali il modo a loro dire ingiusto con cui sarebbero stati cacciati dalla dirigenza del negozio prima della fine del loro periodo di prova. Molti di voi ci hanno segnalato questa notizia e forse vi sarete pure chiesti perché non ne avete letto anche qui su TAL. Il motivo è semplice: i primi articoli apparsi sui giornali parlavano di “dipendenti in prova licenziati”, rimarcando la presunta ingiustizia di questi “allontanamenti”. Una non notizia, in pratica, dato che secondo la legge nel periodo di prova sia l’azienda che il dipendente possono risolvere il rapporto di lavoro anche senza preavviso.

Ieri l’Espresso ha pubblicato però la lettera di Marco Savi, uno dei 4 “allontanati” di Grugliasco. E’ una lettera che sposta il problema dall’allontanamento alle modalità di formazione, di cui Savi contesta i metodi e, a suo dire, la palese inadeguatezza. Ne esce un quadro non certo idilliaco sulle dinamiche interne allo Store di Torino. Savi in particolar modo denuncia l’incompetenza dei manager e gli aspetti eccessivamente “motivazionali” del training, che secondo lui hanno comportato una scarsa preparazione tecnica dei dipendenti.

Nella lettera di Savi si riconoscono alcuni aspetti tipici delle dinamiche della formazione all’interno di una grande azienda che possono non piacere ma che non sono prerogativa di Apple. Per capirne di più ho chiesto ad una nostra fonte, che a tutt’oggi lavora per uno degli altri tre Apple Store italiani, di dirci la sua sulla questione alla luce della lettera inviata da Marco Savi all’Espresso.


Il nostro contatto ci scrive:

Abbiamo letto anche noi le varie versioni pubblicate sui quotidiani online. Devo essere sincero: non capisco affatto. Il nostro training si è concluso con quello di otto giorni in cui c’erano anche gli specialist. E’ vero che non è un training tecnico, ma non è neppure un training “emotivo” o di pura preparazione per il solo momento dell’inaugurazione.

Sono analizzati i prodotti e le soluzioni Apple, viene spiegato come i prodotti possono interagire con i servizi (vedi MobileMe), ecc.

Durante la fase di “costruzione” dello Store poi gli specialist hanno visto come usare le casse. Il resto delle questioni (finanziamenti, business, ecc) è lasciato durante la fase lavorativa stessa, anche perché i manager sono effettivamente al servizio nostro.

Il clima di “terrore” che si legge nell’articolo è completamente allucinante. Cose del genere da noi non si verificano. Durante una fase abbastanza critica ho avuto necessità di rimanere a casa e sono stati gli stessi manager, che hanno capito la situazione, a suggerirmi di non venire al lavoro per il tempo necessario.

I casi sono tre: o a Grugliasco hanno sbagliato di brutto le assunzioni dei manager, o hanno sbagliato di brutto le assunzioni degli specialist, oppure la verità sta nel mezzo. Può essere che alcuni manager non siano adatti e che alcuni specialist pure. Dubito che solo da noi ci sia una situazione tutta rose e fiori. Problemi organizzativi ci sono, ma come è normale quando si trattano centinaia di clienti al giorno, senza che questo crei difficoltà nel team o malumori.

Non capisco quanto di vero possa esserci, ho provato a sentire dipendenti di Torino che conoscevo per altre vie, ma ovviamente dopo queste lettere e dichiarazioni apparse sulla stampa sono un po’ reticenti a rispondere. Sai quanto Apple ci tenga alla riservatezza e sinceramente capisco che non vogliano trovarsi in mezzo per colpa di questi 4 non confermati.

Quello che non capisco è: in questo momento, a quanti in Italia stanno dicendo la stessa cosa, che non hanno passato il periodo di prova, in qualunque altra azienda? E’ semplicemente una cosa normale: una persona può essere adatta ad un lavoro ma non ad un altro. Capita. Solo che siccome le altre aziende non sono Apple e non fanno notizia per qualunque cosa si scriva, allora non montano casi giornalistici su un licenziamento.

La nostra fonte ci ha inoltre suggerito che Marco Savi, con questa lettera, si è potenzialmente messo in un bel pasticcio. Buona parte dei dettagli sul Core Training non potevano essere divulgati in virtù dell’accordo di riservatezza sottoscritto al momento dell’assunzione. Apple se volesse potrebbe addirittura rivalersi legalmente sull’ex-dipendente. Speriamo vivamente che non lo faccia ma ci chiediamo anche come mai l’Espresso abbia pubblicato con tanta facilità un documento di questo genere, e se abbia ricordato a Savi questo aspetto fondamentale (di cui lui sembra per altro consapevole) prima di rendere pubblica la lettera.

Massima solidarietà comunque a Marco Savi e agli altri dipendenti allontanati, naturalmente, anche se dall’idea che ci siamo fatti la campagna giornalistica montata sulla questione è stata orientata molto male. In particolare non condividiamo la posizione di Alessandro Gilioli, dal cui blog è partito il caso, che scrive:

Mi piacerebbe sapere se ho finanziato un’azienda seria e responsabile di questo millennio o dei padroni delle ferriere imbellettati di modernità.

Si è mai chiesto la stessa cosa, con la stessa veemenza, dopo aver comprato scarpe sportive di marca, Made in PRC, in uno di quei punti vendita in cui i dipendenti cercano di infilarti nel sacchetto immancabilmente anche la cera e le stringhe di ricambio? O magari un profumo per la sua fidanzata in uno di quei negozi in cui le commesse ti marcano stretto tipo Zio Bergomi? Nulla da parte mia contro queste aziende. Anche se non mi piacciono i loro metodi, finché fanno tutto nell’ambito del diritto del lavoro non ho nulla da recriminare contro di loro. Evidentemente per Apple vale qualche altro regolamento non scritto.

Dall’idea che mi sono fatto, e che ora sembrano avallare anche le testimonianza dei dipendenti, il problema dello Store riguarda il rapporto fra i dipendenti e i Manager, di cui gli “allontanati” denunciano principalmente la scarsa preparazione specifica. E’ da ingenui però pensare, come fa Gilioli, che la frase “non ti sei allineato alla filosofia Apple”, che avrebbero pronunciato i manager in questione nel mettere alla porta i dipendenti, sia in qualche modo rappresentativa dell’azienda nel suo complesso. Certo, il fatto che manchi una risposta ufficiale dai piani alti non semplifica le cose, ma sappiamo bene che la posizione del “no comment” fa parte da sempre della politica di PR di Apple. In fondo è pieno diritto di un’azienda non rispondere ad un giornalista, se non vuole. Due righe di spiegazione avrebbero probabilmente contribuito a non far montare il caso, è vero. Se ci sono stati illeciti (ma i dipendenti sono i primi a dire che non è così) Apple Retail Italia ne risponderà chi di dovere nelle sedi più opportune.