Apple e i dividendi, perché Steve non vuole sganciare?

di Andrea "C. Miller" Nepori 11

La crescita del patrimonio Apple graficata da Asymco

Nel corso degli ultimi anni Apple ha messo da parte una vera e propria montagna di soldi e “marketable securities” in grado di garantire una stabilità finanziaria e una liquidità da far invidia a tutto il settore. Ad oggi le riserve di Cupertino ammontano a quasi 50 miliardi di dollari. Solo 49 aziende dell’indice Standars & Poor’s 500 hanno più soldi in banca di Steve e soci.

Eppure, nonostante tutto, Jobs e il Board di Apple non sembrano avere alcuna intenzione di pagare qualche dividendo agli azionisti. Non c’è nessun obbligo di legge che imponga questa pratica, eppure Toni Sacconaghi, analista di Bernstein Research con uno storico di previsioni Apple che non depone affatto in suo favore, la scorsa settimana si è sentito in dovere di inviare una lettera aperta al CdA di Cupertino per convincere il Board della necessità di “restituire” una parte del malloppo agli investitori.

Una mossa che la dice lunga sulla scarsa elasticità di Sacconaghi, che ha dimostrato di non conoscere o di non voler sentire le ragioni di Jobs ed è l’ennesima prova di come gli analisti sentano il bisogno di ragionare a breve termine (e con una mentalità che fa molto “pre-crisi”) pur di far contenti i clienti della propria firm che pagano fior di soldi per ricevere le loro consulenze.

I validi motivi che trattengono il Board di Apple dalla condivisione della ricchezza accumulata con gli investitori sono almeno tre.

L’indole da “sopravvissuto” di Steve Jobs è il primo. Il co-fondatore di Apple ha visto con i suoi occhi il risultato di una politica aziendale fallimentare e ha ripreso le redini della Mela ad un passo dal fallimento, quando di soldi in banca non c’era nemmeno l’ombra. Ha avuto modo di capire che un capitale di cash e “securities” (che se si chiamano così ci sarà pure una ragione, no?) non è mai abbastanza grande. Secondo P.E. DeWitt, giornalista di Fortune dalla lunga esperienza, Steve Jobs “tratta i soldi dell’azienda come uno che è quasi morto di fame tratterebbe i viveri in dispensa – qualcosa che potrebbe sparire da un momento all’altro”.

Il paragone è colorito, ma corretto. La gigantesca riserva di liquidità permette ad Apple di muoversi con agilità nel panorama del settore. Se oggi c’è da comprare una startup promettente la si può pagare cash, se domani bisogna chiudere il conto per la costruzione del data center da un miliardo di dollari, basta un assegnino. Il tutto senza scomodare le banche, senza fare finanziamenti e quindi senza debiti. Qualcosa che nel panorama del capitalismo nostrano provocherebbe risate nervose facilmente interpretabili.

E anche senza considerare la necessità di stabilità finanziaria, basterebbe che Sacconaghi cercasse di uscire leggermente dai suoi schemi mentali old-economy per capire che non ha tenuto conto di un fattore bello grande: le tasse.

Lo fa notare il vice-presidente dell’ufficio tasse di Kimberly-Clark, Dave Barnard, in un intervento riportato ancora da P.E. DeWitt.

Una buona parte di quei soldi che Apple tiene in banca derivano dalle vendite di prodotti in paesi esteri in cui l’imposizione fiscale è minore di quella in vigore negli Stati Uniti.  Se Apple dovesse dividere la propria liquidità con gli investitori, in prevalenza statunitensi, dovrebbe passare di nuovo attraverso le maglie del fisco e versare un bel po’ di miliardi di dollari nelle casse di Washington.

E come si fa a sapere che gran parte dei profitti arrivano dall’estero? Semplice: secondo le ultime dichiarazioni ufficiali dell’azienda, più del 50% degli introiti di Apple è generato fuori dal suolo patrio, e nonostante nel 3° trimestre del 2010 il fatturato sia salito del 75%, le tasse pagate dall’azienda sono diminuite, a suggerire che le vendite in paesi con un prelievo inferiore di quello statunitense giocano un ruolo sempre più importante nei conti della Mela.

Ma la stoccata finale al povero Sacconaghi la rifila Andy Zaky, analista finanziario free-lance con uno storico di previsioni Apple che i suoi colleghi al soldo di firm quotatissimo si sognano la notte.
L’azienda di Cupertino, dice Zaky, si appresta a diventare la prima azienda statunitense per capitalizzazione di mercato. Il sorpasso su Microsoft è già avvenuto, quello su Exxon Mobil, ancora in testa alla classifica, potrebbe avvenire nel 2011. Per quanto il market cap sia un indicatore di mercato che lascia il tempo che trova – lo stesso Steve Jobs aveva minimizzato il sorpasso sulla rivale di sempre, Apple ha bisogno di dimostrare a Wall Street che tanta “fiducia” ha delle basi solide, visto che il fatturato dell’azienda petrolifera è ad oggi di almeno 6 volte superiore a quello della Mela.