Perché Apple costruisce i suoi iPhone in Cina?

di Andrea "C. Miller" Nepori 10

La scorsa settimana, durante un dibattito alla CNN fra i principali candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, l’ex Governatore della Pennsylvania Rick Santorum ha esposto il piano che metterebbe in pratica, se fosse eletto Presidente, per convincere Apple a riportare in patria la produzione dei propri prodotti, un processo che ad oggi crea un indotto da più di 500.000 posti di lavoro. In Cina.

“Apple, hai tutti questi dipendenti laggiù e generi tutti questi profitti all’estero”, ha detto Santorum.“Se voi riportare in patria quei soldi ora paghi il 35% di tasse. Con il nostro piano, se porti qui i soldi e investi in fabbriche e strumentazioni qui a Charleston, non paghi nulla. Se metti quei soldi nella creazione di lavoro, se li investi, non paghi nulla. E’ un incentivo potente”.

Un incentivo potente, senza dubbio. Ma anche un incentivo totalmente sbagliato. Una ragione molto semplice per capire come mai il “piano perfetto” di Santorum non potrebbe funzionare lo fornisce indirettamente il New York Times con un’interessantissima inchiesta che dimostra perché Apple (che è il caso di studio preso ad esempio) e molte altre aziende americane non possono fare altro che rivolgersi alle aziende cinesi per la produzione dei gadget che vanno forte sul mercato americano. Spoiler: non è un problema di tasse o semplicemente di costo del lavoro, è un problema di flessibilità, scalabilità estrema e disponibilità di manodopera.

Designed by Apple in California, Made in China.

Apple dà lavoro a circa 40.000 persone negli Stati Uniti e 20.000 all’estero. La maggior parte sono dipendenti del settore Retail, quasi tutti gli altri sono posti di lavoro Corporate, in buona parte altamente specializzati.
Nonostante sia la seconda maggiore azienda del mondo per capitalizzazione di mercato, Apple non vanta quella sterminata forza lavoro che una volta caratterizzata la tipica grande corporation americana. General Motors dava lavoro a 400.000 persone, negli anni ’50. Era nell’ordine delle centinaia di migliaia anche la forza lavoro di General Electric negli anni ’80.

Cos’è cambiato da allora? Molte cose, compreso il tessuto industriale americano. Ma sono soprattutto le necessità dell’industria ad essere profondamente mutate. Durante una cena che la Casa Bianca ha organizzato con le migliori teste pensanti della Silicon Valley, circa un anno fa, il Presidente Obama chiese a Steve Jobs perché non fosse possibile riportare in America la produzione dell’iPhone. La risposta netta di Steve Jobs, secondo altri invitati, fu semplicemente “quei posti di lavoro non torneranno”.

Voglio il vetro, subito

E non è difficile capire il perché. Poche settimane prima della commercializzazione dell’iPhone, Apple decise che lo schermo del dispositivo, inizialmente realizzato in plastica, dovesse essere fatto di vetro ultraresistente. Si dice che Jobs in persona, dopo aver portato in tasca un prototipo per diverse settimane, si accorse che le possibilità di graffiare il display erano troppo elevate. Apple non avrebbe potuto commercializzare un simile prodotto.

C’erano solo sei settimane per effettuare il cambiamento. Il tutto mentre le linee produttive per la realizzazione della versione con schermo in plastica erano praticamente già pronte per entrare in funzione. E le strutture super-avanzate per il taglio del Gorilla Glass (fornito dalla statunitense Corning), non ancora del tutto pronte. Una volta risolto, nel giro di pochissimo tempo, il problema della fornitura degli schermi in vetro da parte del contractor cinese, fu possibile connettere l’elemento nella catena, e spedire i display all’assemblaggio.
I primi TIR di display arrivarono a Foxconn City, a Shenzhen, attorno a mezzanotte. Circa ottomila lavoratori furono chiamati a raccolta per effettuare turni straordinari. Nel giro di 96 ore dall’arrivo di quel primo carico, e a pochissimo tempo dalla decisione presa in una sala riunione di Cupertino da Steve Jobs e dai suoi collaboratori, la fabbrica cinese aveva pronte le forniture di materiali ed era già in grado di sfornare qualcosa come 10.000 iPhone (con schermo in vetro) al giorno.

“La velocità e la flessibilità è roba da togliere il fiato. Non ci sono aziende americane in grado di fare una cosa simile,” ha commentato l’ex-dirigente Apple che ha raccontato l’aneddoto ai reporter del New York Times.

Questa incredibile scalabilità della produzione pressoché immediata è dunque il nocciolo della questione, il motivo per cui negli Stati Uniti non sarà mai più possibile re-importare la produzione dell’iPhone o di altri prodotti elettronici analoghi. Apple è solo l’esempio più lampante, probabilmente perché è anche l’azienda che sa gestire le proprie operazioni meglio di tutte le altre. Quando si parla dell’importanza del lavoro di Tim Cook all’interno di Apple, è di questo che si sta parlando: una dote innata, quasi soprannaturale secondo chi lo ha visto in azione, nel gestire flussi e accentramento delle forniture, ottenute a prezzo più basso grazie  precedenti grandi contrattazioni a volume, direttamente verso i luoghi di assemblaggio finale, le fabbriche di quella Foxconn che dal 2007 ad oggi ha fatto uscire dalle sue fabbriche più di duecento milioni di iPhone.

Ingegnerizzazione rapida

L’altissima rapidità nella scalabilità non riguarda solamente la manodopera di basso livello (quegli 8000 dipendenti già pronti a montare i telefoni nel cuore della notte) ma anche gli ingegneri che devono supervisionare il lavoro degli operai.

Scrive il New York Times: “I dirigenti Apple avevano stimato che fossero necessari circa 8700 ingegneri industriali per controllare e dirigere i 200.000 operai della linea di montaggio che avrebbero lavorato all’assemblaggio dell’iPhone. Gli analisti della compagnia avevano stimato che ci sarebbero voluti nove mesi per trovare quella quantità di ingegneri qualificati negli Stati Uniti. In Cina ci vollero 15 giorni.”

Ecco dunque perché i politici sbagliano. Nessun tax break riporterà il lavoro manifatturiero negli Stati Uniti, almeno non quello nel settore dell’elettronica di consumo, anche se gli stessi meccanismi valgono per molti altri settori. L’offerta cinese ormai non è soltanto quantitativa, con “tanti lavorati a basso prezzo”. Certo, conta anche il gran numero, ma conta anche e soprattutto il fatto che le professionalità che le grandi aziende cinesi riescono ad offrire in tempi brevissimi e le strutture che possono garantire grazie ai fortissimi sgravi statali, non sono in alcun modo equiparabili a quanto disponibile negli Stati Uniti.
E’ il capitalismo globale del nuovo millennio baby, e i Repubblicani figli del reaganismo spinto, devoti sostenitori di un ritorno al liberismo più sfrenato, dovrebbe cercare di farsene una ragione. C’è da dire, per dovere di cronaca, che fra tutti i Repubblicani, Santorum è di certo quello che cerca con più forza di scrollarsi di dosso proprio quel passato, almeno a parole.
In generale tutti i politici di Washington, invece di dire la propria su Apple, tirarne in ballo il successo in ogni comizio che abbia come tema centrale la disoccupazione, dovrebbero capire che non è compito di Apple risolvere la crisi e che continuare a sbandiera una prospettiva un po’ autarchica per il bene della patria è soltanto un anacronismo, perché soluzioni alternative alla Cina non ci sono più, per le grandi corporation americane.

Non c’è alcuna risposta ufficiale da parte di Apple nell’articolo del New York Times, come al solito. C’è però un commento di un attuale executive, di cui non viene svelato il nome, che riassume questa posizione: “Vendiamo l’iPhone in più di cento paesi. Non abbiamo l’obbligo di risolvere i problemi dell’America. Il nostro unico obbligo è quello di realizzare il miglior prodotto possibile”.

Link all’articolo (lettura vivamente consigliata): How The U.S. Lost Out on iPhone Work