Macintosh 128k: una recensione del 1984

di Andrea "C. Miller" Nepori 4

Photo by blakespot, Flickr.

Raramente mi lascio entusiasmare da un nuovo computer. Ma il Macintosh di Apple, lanciato ufficialmente martedì scorso, ha diffuso nella Silicon Valley una febbre a cui è difficile sottrarsi. I miei sintomi sono incominciati quando ho parlato con alcuni devoti del Mac e delle varie aziende che producono software, hardware e letteratura a supporto del nuovo computer. Dal momento in cui ho avuto modo di mettere le mani sul piccolo computer e il suo onnipresente mouse, ne sono stato rapito.

Questo è l’incipit di un articolo pubblicato dal Los Angeles Times il 29 gennaio 1984, in cui Larry Magid recensiva il primo Macintosh. In barba al detto “né di venere né di marte non si principia né si parte“, anche in quel caso Apple scelse martedì 24 gennaio per la commercializzazione del Macintosh 128k.
La lettura della recensione offre alcuni spunti curiosi che ci fanno seriamente domandare quanto sia cambiato l’approccio di Apple nel corso di un quarto di secolo. Nonostante siano trascorsi ben 25 anni da allora, molti dei particolari rivelati dall’articolo suonano decisamente familiari e lasciano intuire il futuro di quella rivoluzionaria macchinetta elettronica.

Il Macintosh 128k veniva venduto a 2.495$, un prezzo non esattamente contenuto per l’epoca ma neppure eccessivo rispetto all’offerta della concorrenza, e introduceva delle innovazioni che oggi fanno sorridere ma che nel 1984 rappresentavano un notevole passo avanti nell’ambito dell’home computing.
Ecco ad esempio cosa scrive Magid di quello che Apple chiama “desk top”:

Ciò che si vede sullo schermo assomiglia molto a ciò che si può trovare su una scrivania. Al posto di un semplice cursore lampeggiante si vedono immagini, chiamate icone, che rappresentano graficamente ciò che è possibile fare con il computer. Una di esse raffigura una mano nell’atto di scrivere su un pezzo di carta. Rappresenta il programma di videoscrittura MacWrite. Un’altra mostra una mano che disegna sulla carta e rappresenta il programma di grafica MacPaint. Altre opzioni sono rappresentate da icone altrettanto intelligenti. Ogni file che viene creato è rappresentato anch’esso sul “desk top” elettronico.

Sarebbe interessante far leggere questo passaggio a qualcuno dotato di cultura informatica medio-bassa e completamente digiuno di storia Apple. Molto probabilmente penserebbe di trovarsi di fronte alla recensione di qualche PC dei primi anni ’90 dotato di Microsoft Windows 3.1.

Magid dedicò un’intera sezione del proprio articolo alla semplicità d’uso del Macintosh. Il System File 1.0 e il Finder 1.0 introdotti da Apple con il 128k erano un passo avanti rispetto a quanto realizzato fino ad allora da Apple stessa. Non dimentichiamo che il Macintosh arrivò a risollevare Apple da un periodo difficile: il Lisa, nonostante fosse un’ottima macchina, fu un mezzo fiasco, vuoi per il prezzo vuoi per la concorrenza spietata dell’IBM PC, che nel corso dei primi anni ottanta iniziò ad affermarsi come standard.

Nella rivoluzione del Macintosh c’è tutto Steve Jobs. C’era lui a capo del team di circa 80 dipendenti che progettò il Macintosh e fu lui a voler creare qualcosa che non fosse una semplice riposta ai computer di IBM (il grande fratello orwelliano dell’informatica, secondo il messaggio trasmesso dall’incisivo spot a cui Apple affidò la promozione del Macintosh) ma una vera e propria riscoperta dell’identità innovativa di Apple. Nell’articolo Magid non manca di notare questo aspetto fondamentale:

“Il Macintosh è tanto innovativo oggi quanto fu innovativo l’Apple II nel 1977. E’ uno dei pochi computer introdotti nel corso degli ultimi 18 mesi che non tenta affatto di imitare l’IBM PC.”

Sul sito di Larry Magid trovate l’articolo completo.

[Via BBG]