Ebook a scuola e il non-problema dell’interoperabilità delle piattaforme

di Andrea "C. Miller" Nepori 16

Il Decreto Ministeriale sull’adozione degli ebook nelle scuole, pubblicato a fine settembre, ha suscitato alcune polemiche in rete, principalmente da parte di chi ritiene che rispetto al precedente Decreto Profumo il nuovo dispositivo approvato dal Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza sia particolarmente favorevole per gli interessi degli editori tradizionali.
Riccardo Luna ha pubblicato ieri sul Post un’interessante intervista “chiarificatrice” al Ministro in cui si toccano alcuni aspetti interessanti, dal punto di vista prettamente “tecnologico” quali la necessità di garantire interoperabilità e Open Access nella scelta dei dispositivi sui quali gli alunni possano fruire degli ebook.

Non mi addentro nelle polemiche sugli interessi degli editori perché è una giungla in cui altri sanno districarsi certamente meglio di me e perché questo non è il luogo per tale discussione.
Mi preme invece insistere su un passaggio dell’intervista in cui il Ministro e Riccardo Luna parlano di piattaforme.

Riccardo Luna: E i tablet ad otto milioni di studenti come dovrebbero arrivare? Dalle famiglie? Dalle scuole? Che idea si è fatta?
Ministro Carrozza: Se io potessi e avessi le risorse, sulla base della mia conoscenza del mondo della scuola, darei la possibilità ai dirigenti scolastici, con un fondo di autonomia scolastica, di acquistare in comodato d’uso i lettori di libri digitali, meglio se tablet, e darli in comodato d’uso ai ragazzi.
RL: Chiaro. Fermiamoci un istante. Lei in questo momento ha in mano un iPad.
MC: Giusto.
MC: Però dal discorso che ha fatto finora mi pare di poter dire che nella sua visione la piattaforma di Apple per i libri scolastici non è compatibile con la scuola che ha in mente. Lo traduco troppo brutalmente?
MC:Io personalmente uso i tablet da quando esistono e uso Apple per scelta. Ma ho provato anche un Samsung e mi sembra una piattaforma altrettanto valida. E come ministro non posso scegliere una marca rispetto ad un’altra.
RL: Ci mancherebbe. Però dicendo che le piattaforme scolastiche devono essere aperte e interoperabili, lei sta dicendo che Apple è fuori?
MC:La Apple si dovrà adattare, se vorrà vendere nelle scuole italiane, a fare una piattaforma aperta.
RL: Si chiama notizia.
MC:Si chiama interoperabilità.

Credo che non si chiami né notizia, né interoperabilità, bensì fraintendimento.
In primis perché i concetti di “Open Access”, “interoperabilità” e “piattaforma” attengono all’ambito software e quello dei formati, più che all’unicum hardware-software di cui sia Riccardo Luna che il Ministro discutono nell’intervista.

In secundis perché si presuppone che l’equazione “Apple=sistema chiuso” sia valida a priori anche quando si parla di ebook e sistemi educativi.
Per fare un esempio: Il formato Epub 3, che può essere aperto e “interoperabile”, è perfettamente supportato da iBooks per iPad, con una compatibilità superiore a quasi tutte le altre soluzioni disponibili per la lettura e la fruizione dei libri digitali.
Se però l’editore decide di chiudere i propri libri con forme di controllo della pirateria come il DRM, non c’è piattaforma aperta che tenga. In questo caso specifico, quindi, l’interoperabilità e l’Open Access riguardano un livello ancora più alto rispetto alla piattaforma, quello dei formati[1].

ipad scuola americana

Insomma, che gli iPad non vadano bene a prescindere se serve interoperabilità e Open Access è una convinzione errata, perché le esperienze che dimostrano il contrario già ci sono. E in particolare è bene capire che i due concetti devono essere chiari agli editori e “insegnati” ai docenti che dovranno operare le scelte su libri e formati.

Si prenda ad esempio il Liceo Lussana di Bergamo, scuola all’avanguardia nella sperimentazione della didattica “tecnologica”. Ne avevamo parlato nel 2012, quando pubblicammo una lunga intervista alla professoressa Dianora Bardi, responsabile del progetto.
Il 7 ottobre il ministro Carrozza ha visitato proprio il liceo Lussana e incontrato la professoressa Bardi e i suoi studenti e avrà certamente notato che in questa culla d’innovazione convivono sui banchi, con profitto, tablet di ogni marca e fattezza, come si può notare per altro nel servizio del TG3 Lombardia che ha documentato la visita.[2]

C’è un punto molto chiaro, comunque, nelle risposte del Ministro alle domande di Riccardo Luna: non bisogna dare alcuna indicazione ministeriale sulla piattaforma, software o hardware, perché altrimenti si entrerebbe in un meccanismo di gare d’appalto che non serve e rischia di essere limitante e lento. Un punto fondamentale che è bene veder acclarato

Il concetto di fondo è che la responsabilità di formulare un’offerta formativa digitale adeguata alle necessità e completa nei suoi vari gradi di complessità sarà affidata al corpo docente di ogni Scuola. Non tutti gli istituti hanno la fortuna di avere una Dianora Bardi fra le proprie fila però, né la copertura economica per prevedere questo difficile sforzo di digitalizzazione[3].

Il Ministro Carrozza in visita al Liceo Lussana di Bergamo.
Il Ministro Carrozza in visita al Liceo Lussana di Bergamo.

Non tutti i docenti, inoltre, sono in grado di maneggiare con la dovuta destrezza concetti nuovi e in perenne evoluzione come quelli di cui stiamo parlando in queste righe. Open Access, Interoperabilità, differenze fra i formati e fra le piattaforme, possibilità operative offerte da software diversi che ampliano la possibilità della piattaforma stessa. Tutti elementi con cui tecnologi e abitanti della rete hanno una familiarità “naturale” ma che potrebbero risultare alieni a buona parte dei docenti che si troveranno a doverli affrontare.

Serve formazione, certo, ma di un livello che porti il docente medio ben sopra la soglia della semplice alfabetizzazione informatica che a tutt’oggi è considerata “sufficiente”.[4]
Su che base si pensa di poter affidare all’autonomia delle scuole la creazione di un’offerta formativa digitale innovativa, quando la Scuola Pubblica è soffocata dal problema totale assenza di turn-over, con precari a vita che non riceveranno mai una cattedra e professori già anziani (con poche forze e ben poca voglia di innovare o rinnovarsi – comprensibilmente) che vedono allontanarsi sempre di più il miraggio della pensione?

La discussione, nelle sue molteplici sfaccettature, si sta sviluppando in maniera interessante ed è bene che il dibattito che si sviluppa in rete su queste questioni possa arrivare alle orecchie del Ministro.

 

Note


  1. Fa comunque piacere che (finalmente?) a Viale Trastevere si parli di interoperabilità e Open Access e un po’ stupisce in positivo. A tutt’oggi, infatti, in molte Scuole e Università Italiane la cosiddetta “patente europea del Computer” rimane una farsa che spaccia l’alfabetizzazione informatica per conoscenza dei sistemi proprietari Microsoft e del pacchetto Office. La natura originale “vendor-independent” della certificazione, in sostanza, non viene garantita.
    Per cercare altri esempi di mancato Open Access e Interoperabilità perduta basta fare due passi a Via Parigi, vicino alla Stazione Termini, e chiedere all’Ordine dei Giornalisti. Da anni gli esami statali di abilitazione professionale sono svolti con software proprietari che funzionano solo su Sistemi Microsoft.  ↩
  2. L’intervista di Riccardo Luna è del 2 ottobre, la visita del Ministro al Liceo Lussana del 7 ottobre. Probabile quindi che al momento dell’intervista il Ministro non avesse ancora conosciuto personalmente l’esperienza di un Liceo dove iPad e tablet di ogni genere convivono e sono utilizzati indifferentemente a fini formativi.  ↩
  3. Si legga a tal proposito il passaggio dell’intervista sugli stanziamenti per l’adeguamento delle reti e dell’accesso ad Internet nelle scuole.  ↩
  4. Ci tengo a riportare, a tal proposito, un passaggio del mio vecchio articolo scaturito da una chiacchierata con la professoressa Bardi proprio su questo argomento: 
    E’ un lavoro che copre un gap enorme. Il feedback ottenuto dal progetto parla chiaro: gli insegnanti vogliono formazione digitale, ce n’è ampia necessità. Dall’alto, dove fino a pochissimo tempo fa si parlava di tunnel per neutrini inesistenti e il massimo dell’innovazione consisteva in filmati grigiastri con proclami a pappardella schiaffati alla bene e meglio su YouTube, non arriva nulla.
    La ricerca di Bardi e dei suoi colleghi diventa allora unico appiglio e faro per un corpo docente sfiduciato e abbandonato su temi di vitale importanza per la formazione in tutti i gradi scolastici. L’errore peggiore, mi spiega Bardi, è quello banalissimo di confondere contenitore e contenuto. Per molte scuole “sperimentazione” significa comprare i tablet e fornirli agli alunni, senza altra iniziativa, mentre i docenti, che non sanno sfruttare la tecnologia, continuano con lezioni frontali e libri di testo cartacei. E’ in questo contesto che si verificano alcune di quelle situazioni – distrazione degli utenti e tendenza ad utilizzare l’iPad per scopi diversi dallo studio – che possono venire subito alla mente come principali aspetti negativi dell’introduzione in classe di un dispositivo come il tablet Apple.  ↩