I 10 problemi di Apple secondo John Gruber

di Andrea "C. Miller" Nepori 8

Sebbene Apple non fosse presente con uno stand ufficiale, al Macworld 2010 non sono mancati i grandi nomi del giornalismo tecnologico statunitense invitati in veste di speakers. L’evento si è aperto con un vero e proprio show di David Pogue, Tech Columnist del New York Times, che si è presentato sul palco saltando come un ossesso in maniche di camicia, chiara imitazione dell’altro Steve, quello di Redmond.

E’ stato poi il turno di John Gruber (autore di Daring Fireball) una vera colonna portante del Mac Web. Nonostante Gruber venga spesso accusato di essere una sorta di avvocato difensore di Apple, il blogger ha approfittato del suo spazio al Macworld per elencare quelli che a suo parere sono i 10 maggiori problemi di Apple in questo momento.

Tolto il primo problema, di gran lunga il maggiore, quella di Gruber non era una top ten. Ecco qui di seguito le 10 issues di Apple secondo il noto blogger.

1. Steve Jobs. Il problema numero uno sta tutto nell’unicità di Steve Jobs. La più importante creazione di El Jobso, è Apple stessa, secondo Gruber. Si potrebbe dire che Apple è un’azienda incredibilmente ben organizzata attorno ad un solo uomo non rimpiazzabile. Allo stesso tempo però è impossibile non notare che l’altra grande creazione di Jobs, ovvero Pixar, è sopravvissuta egregiamente all’assenza del leader carismatico e tutt’ora non fa che sfornare successi.

2. AT&T. In questo secondo punto Gruber si lascia ad andare ad un po’ di U.S.A.-centrismo, citando le problematiche relative ad AT&T (pessima copertura 3G, disservizi continui nelle grandi metropoli). Perché, dice Gruber, Apple continua a rinnovare una partnership con un azienda chiaramente non all’altezza delle aspettative di Apple? La risposta è che grazie a queste carenze, che in fondo non inficiano pesantemente il successo di iPhone, e grazie al fatto che ormai AT&T ha bisogno dell’iPhone per far quadrare certi conti, Apple può ottenere dal carrier condizioni drasticamente migliori di quelle che potrebbe ottenere invece da Verizon.

3. Computer. Secondo Gruber il futuro dei computer si chiama iPad. Il tablet di Apple è la chiave di volta perché rende palese quanto fossero errata la futurologia applicata all’informatica che basava la visione del futuro sull’aumento esponenziale della complessità delle macchine e delle interfacce. Il futuro sarà caratterizzato da una maggiore semplificazione, proprio come quella introdotta da Apple con i propri dispositivi touch. Il problema, secondo Gruber, è che per la prima volta nella sua storia (se si esclude l’Apple II, ormai superato al momento del lancio del primo Macintosh) in cui Apple si trova a commercializzare prodotti basati su due interfacce (Mac OS X e iPhone OS) così diverse fra loro.

4. App Store. I critici di App Store si dividono in due scuole di pensiero: chi ritiene che Apple dovrebbe sciogliere ogni vincolo e lasciar passare indifferentemente qualsiasi applicazione come fa Google con Android, e chi invece pensa che Apple stia procedendo speditamente su una rotta errata di pochi gradi. Il problema è che a causa del gran polverone alzato dalla prima scuola di pensiero Apple possa ignorare anche la seconda. Esistono ecosistemi chiusi come l’App Store e ne esistono altri che possono vantare un numero altrettanto grande di applicazioni, ma non è mai esistito prima un ecosistema così controllato con così tante applicazioni. Che faranno a Cupertino se il meccanismo si rivelasse insostenibile?

5. Sicurezza. A preoccupare Gruber in relazione alla sicurezza è la lentezza che Apple sistematicamente dimostra nel tappare falle e risolvere bug critici. Ci sono voluti 75 giorni per chiudere un buco nel sistema di encrypting Open SSL, nonostante la vulnerabilità fosse nota fin dallo scorso settembre. Un’azienda della grandezza di Apple non può permettersi questi ritardi.

6. Mobile Me. Mobile Me è ottimo per la sincronizzazione ma il problema sono le web app. A che servono così come sono state realizzate e chi le usa? Secondo Gruber è legittimo sospettare che Apple abbia voluto sviluppare delle web app perché era ciò di cui tutti parlavano e il modo più semplice di farlo era montarle sull’infrastruttura già esistente di .Mac. iDisk è un altro mezzo fallimento, dice Gruber; DropBox, analogo servizio gratuito gestito da un’azienda drasticamente più piccola di Apple, riscuote molto più successo anche fra gli utenti Mac.

7. Backup. Secondo Gruber il futuro dei backup dovrà essere on-the-cloud. Time Machine è un buon compromesso ma soffre ancora del grosso problema della “fisicità” del backup. Da questo punto di vista Google parte molto avvantaggiata ed Apple, visto il papocchio combinato con Mobile Me, non promette granché bene in questo settore.

8. Apple TV. Secondo Gruber apple TV non è un hobby di Steve Jobs. Il prodotto è buono ma ha un solo grande difetto: è limitato dalla disponibilità di contenuti dell’iTunes Store.  Il problema in questo caso non è dovuto ad una carenza di Apple, ma alla “stupidità” degli executives del settore della produzione cinematografica e televisiva che nella propria testa hanno un muro che separa nettamente i concetti di TV e Computer.

9. “Arci-rivali”. Per mantenere alta la motivazione e continuare a produrre innovazione, un’azienda ha bisogno di concorrenti forti. Più un’azienda diventa grande e accumula successi e più difficile trovarne, però. L’esempio è Microsoft, che secondo Gruber non sforna nulla di davvero nuovo sin da quando con Internet Explorer ha fatto polpette di Netscape.
Per quanto riguarda iPhone la vera rivale, secondo il blogger, è Palm con il suo Web OS. Il successo di Web OS non potrebbe che far bene ad Apple e soprattutto agli utenti iPhone.

10. Riconoscimenti nelle About Box. L’ultimo punto di Gruber è più che altro un pelo nell’uovo che svela la sua formazione di programmatore. Le About Box sono quei popup che saltano fuori quando selezionate “Informazioni su…” dal menu principale di un programma su Mac OS X. Per quanto concerne i propri programmi, Apple ha rimosso ogni riferimento ai propri software engineer da quei pannelli. Si tratta di un retaggio della fine degli anni novanta quando, secondo Jobs, la concorrenza scovava i nomi dei professionisti da rubare ad Apple proprio in quei box. Ma se il software è una forma d’arte, e Gruber è convinto che lo sia, “agli artisti dovrebbe essere consentito di firmare il proprio lavoro”.

[via PEDWPhoto]