Apple censura anche i vocabolari di App Store

di Michele Baratelli 17

La pratica censoria applicata da Apple nel suo App Store (il negozio virtuale di applicazioni per iPhone e iPod touch) fa parlare di sé ancora una volta. A farne le spese è una App che trasforma il proprio device touch in un pratico vocabolario: essendo tutte le voci comprese al suo interno, permette una consultazione veloce e puntuale della parola ricercata a differenza di altre soluzioni che accedono ai vari database presenti in rete.

Quelli dell’ufficio censura di App Store, come dei ragazzini in piena fase ormonale, si sono divertiti a cercare “le parolacce” all’interno del dizionario: anche la conoscenza deve essere oscurata e gli sviluppatori sono stati costretti a togliere alcune parole che possono essere volgari solo in base al contesto in cui inserite. L’applicazione, poi, è vietata ai minori di 17 anni.

Non è che ora si inizia ad esagerare?

La notizia è riportata nella sua complessità dal buon Gruber che grazie ad un canale preferenziale con gli sviluppatori è riuscito a far luce sulla vicenda. Dopo essersi visti rifiutare la prima volta l’applicazione perché presenti al suo interno contenuti “objectionable” (sgradevoli), gli sviluppatori di NinjaWords sono stati costretti a ripresentare il proprio lavoro privo di tali parole.

Alcuni tra i vocaboli incriminati nella lingua inglese hanno una doppia valenza, così come accade in quella italiana. Nell’articolo di Gruber troverete tale lista e voglio farvi un esempio su tutti: Apple censura la parola “cock” che significa letteralmente “gallo” mentre nel parlato comune con tale vocabolo si riferisce all’organo riproduttivo maschile.

La cosa che sorprende, però, è che in questo caso i developers di NinjaWords proponevano solo la traduzione letterale e non quella che Apple definisce “objectionable“. Il motore di ricerca stesso delle parole, una volta capito che si ricerca una parolaccia, non la propone tra le parole suggerite e anche una volta scritta interamente continua a presentare varianti.

Se da una parte Apple potrebbe avere anche ragione in quanto come negoziante ha il diritto di porre sui propri scaffali i prodotti che vuole, qui siamo ormai all’assurdo: è stato addirittura censurato un vocabolario. Le stesse parole che Apple censura le posso trovare sulla rete grazie a Safari, corredate da immagini ben più esplicative dei vocaboli stessi.

È come se il nuovo Garzanti uscisse in libreria in due versioni, di cui una riservata ai maggiori di 35 anni perché contiene qualche parola dal duplice significato (evito esempi, tanto ci siamo capiti). Parafrasando lo stesso Gruber, ogni volta che si scopre una nuova puntata della serie “Censura a Cupertino” mi chiedo quale sarà mai il passo successivo. Questa volta, però, pare davvero che di essere arrivati al ridicolo.