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  • 07
  • nov
  • 2009

L’uomo che mise la “i” davanti al Mac

Di Camillo Miller, in Storia Apple.

ken segall imac Luomo che mise la i davanti al Mac

Leander Kahney ha pubblicato su Cult of Mac una interessantissima intervista con Ken Segall, l’uomo che ha inventato il nome iMac. Segall lavorava per la TWBA\Chiat\Day alla fine degli anni novanta quando Steve Jobs, da poco rientrato a Cupertino, “mise in gioco il destino della compagnia” puntando tutto su un nuovo computer, un all-in-one che avrebbe rivoluzionato la percezione della Mela e avrebbe inaugurato una nuova stagione di grandi successi.

Think Different

L’intervista, assolutamente da leggere, tocca molti argomenti del rapporto fra Segall, la Apple e Steve Jobs. Il pubblicitario lavorava per la TWBA\Chiat\Day anche quando l’agenzia, sempre nello stesso periodo, ideò lo slogan Think Different e lo spot pubblicitario di successo che fu veicolo di quel motto. Fu un passaggio storico, dice Segall, perché quella frase riuscì a cogliere tutto ciò che Jobs voleva esprimere:

“Cosa possiamo fare per recuperare lo spirito della compagnia” chiese El Jobso ai pubblicitari. “Stiamo per lanciare dei prodotti fantastici, ma abbiamo bisogno di comunicare al mondo ciò che Apple simboleggia”.

La nascita dell’iMac

La parte più interessante dell’articolo di Kahney riguarda ovviamente la scelta del nome iMac, di cui Segall fu il fautore. La storia dello svelamento del primo iMac ha un che di mitologico. Il team ristrettissimo della TWBA fu chiamato a Cupertino e fu condotto in una stanza segreta. In mezzo al tavolo da conferenze c’era un oggetto coperto da un panno.

“Dopo qualche parola, Jobs tolse il velo. Là, nel bel mezzo del tavolo, c’era una specie di goccia in plastica trasparente, il primo iMac Bondi Blue. Nessuno aveva mai visto qualcosa del genere.
Il team era orripilato. Eravamo controllati a vista. Cercavamo di essere educati, ma stavamo davvero pensando ‘Oh Gesù ma sanno quel che stanno facendo?’ Era una scelta così radicale!”

Steve Jobs disse a al team che avrebbero avuto una settimana di tempo per trovare un nome a quella “cosa”. Il computer era un Mac, e quindi avrebbe dovuto avere un riferimento al brand Macintosh nel nome, in più doveva essere chiaro che quella macchina nasceva per la navigazione in internet e il nome doveva poter essere poi declinato in futuro per altri prodotti.

Segall propose cinque nomi, quattro dei quali servivano solo come riempitivi per far risaltare quello che a lui piaceva di più: il semplice e diretto “iMac”. La “i” era il cuore di quell’idea: internet, individual, imaginative, e tutti i concetti correlati che potevano essere veicolati da una piccola lettera.

A Jobs non piacque, e lo rifiutò per ben due volte, nonostante nel frattempo lo avesse già fatto stampigliare su dei prototipi per studiare il risultato visivo. Alla fine Segall non ottenne mai una risposta affermativa da Steve e fu soltanto quando l’iMac fu annunciato che scoprì che l’iCeo aveva scelto il nome da lui creato.

Trovate l’intervista completa a Ken Segall su Cult of Mac.

Termini legati all'articolo: , , , .
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Commenti:

Sono stati scritti 17 commenti su "L’uomo che mise la “i” davanti al Mac"

  1. FabioC

    Beh dopo aver letto questo articolo c’è qualche possibilità in più che il prossimo prodotto non si chiamerà iTablet (brrrrrrr…) :D

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  2. Edoardo

    È sempre interessante scoprire nuove informazioni sulla storia di Apple…grazie! :)

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  3. riccardo96

    Una curiosità, quali erano i quattro nomi rifiutati prima di iMac?

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  4. laddantel

    avevo già letto un libro in cui si spiegava che la i posta davanti ai prodotti apple stava per Io ed internet.
    pensandoci ora è straordinario il potere di quella lettera. descrive il concetto primitivo del Personal Computer, ovvero il pc, tramite la “i” di “io”, ma al temo stesso l’evoluzione di un porta nel mondo tramite la “i” di “Internet”.

    poi mi chiedono come faccio ad adorare un’azienda del genere! guardate cos’hanno fatto con una lettera e due parole per uno slogan!!

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  5. Vito

    @ riccardo96:
    i quattro nomi restanti: youMac, heMac, sheMac, weMac…

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  6. In mezzo a tutto questo romanticismo spunta come al solita la figura di Jobs: il nome non gli piaceva, non ha mai detto che lo avrebbe usato, così che l’inventore del marchio scoprì che fu accettato solo durante la presentazione del prodotto.

    Chiaro che fu comunque pagato per la consulenza, ma l’arroganza di Jobs nel trattare il lavoro dei suoi collaboratori per me è estremamente fastidiosa: uno che non crede nella riconoscenza e nel dare il giusto valore a chi lavora per lui (la svolta mistica dell’ultimo anno ha motivazioni ben evidenti).

    Altro che CEO del decennio…

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  7. Gigi

    Jobs è un CEO come un altro. L’unica differenza tra Jobs e Bill gates sono il popolo di idioti che lo idolatrano come fosse un dio.

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  8. y4r1s

    Bhe posso dirti caro Gigi che forse è un Po esagerato idolare qualcuno certo, ma quell’uomo è un vero genio! Ha dato una svolta alla tcnologia e alla storia, non che allo stile di vita di ognuno….basta solo dire iPod!!!!

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  9. rogerdodger

    Limo
    non sai di che parli.

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  10. rogerdodger dice:

    Limo non sai di che parli.

    Può darsi rogerdodger (e detto da te che tieni testa a molti articoli di vari siti d’argomento mi fa realmente dubitare), ma non riesco a trovare articoli che mettano in luce l’umanità di Jobs rispetto alla sua voglia (validissima) di sfruttare il lavoro degli altri per far emergere il suo nome. Illuminami…

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  11. marcossss

    jobs è un nazista, geniale, ma nazista.

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  12. Andrea
  13. Andrea

    @ Limo:
    La segretezza prima di tutto, ha probabilmente finto di rifiutare quel nome per evitare fughe di notizie prima della presentazione..

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  14. Andrea

    @ Gigi: la differenza tra lui e Gates è che Gates ha ottenuto quello che ha ottenuto grazie alla sua disonestà, rubando, male, il lavoro di jobs e comprando il dos da un ragazzino per 50mila dollaronzi.. Uno genio visionario(Jobs) l’ altro genio ladro…o scopiazzatore.

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  15. rogerdodger

    Limo
    ho scritto non sai di che parli perché tu dai per scontato che la verità sia quella detta da carmack. Io e te e tutti non possiamo sapere quello che è veramente successo.

    Detto questo SJ è anche troppo umano. Basta che guardi e ascolti il discorso di Stanford che trovi su YouTube. Non so se vi sia un discorso più umano di quello sulla terra.
    Poi sul lavoro bisogna anche essere decisi e lasciar poco spazio ai sentimentalismi. E mi pare che di risultati SJ ne abbia ottenuti.

    Ma dire che Jobs non abbia umanità soprattutto dopo le sue vicissitudine mi sembra, a me, non condivisibile.

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  16. rogerdodger dice:

    Limo
    Ma dire che Jobs non abbia umanità soprattutto dopo le sue vicissitudine mi sembra, a me, non condivisibile.

    Fermo, fermo! Ho detto proprio che le ultime aperture alle lodi del gruppo di lavoro Apple/iPhone dai palchi degli ultimi keynote sono fortemente condizionate dalle sue vicende personali.

    Per il resto della sua carriera, Jobs è stato spietato, un vero squalo lanciato verso una sua visione del mondo, che ha attraversato alti e bassi, che ha avuto fortune e sfortune, colpi di genio e flop più o meno riconosciuti.

    Forse possiamo non credere a Segall, o alle altre singole interviste che aprono uno squarcio nella cortina di silenzio all’interno di Apple, ma il quadro generale che ne emerge è piuttosto chiaro, ed è riassumibile proprio nelle parole che hai usato tu stesso: “deciso e senza sentimentalismi”.

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  17. rogerdodger dice:

    Limo
    Detto questo SJ è anche troppo umano. Basta che guardi e ascolti il discorso di Stanford che trovi su YouTube. Non so se vi sia un discorso più umano di quello sulla terra.

    Non me lo ricordavo e… mi hai fregato! :P
    Questo discorso è frutto delle sue disavventure di salute, non certo del suo modo di vedere il mondo lavorativo di tutti i giorni.

    Il fatto stesso che mandi lo sguardo all’indietro mi fa sorridere, pensando che uno dei manager più grandi della storia moderna compia delle scelte “a caso”, convinto che sarà poi il futuro a permetterti di unire i puntini.

    Dov’è la vision aziendale?

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